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30 giugno 2023

ANISH KAPOOR A NAPOLI


Ieri Anish Kapoor era a Napoli per effettuare un sopralluogo nel cantiere della stazione della metropolitana Monte Sant'Angelo (linea 7), per la quale l'artista ha progettato l'entrata principale e l'uscita. Il legame fra Kapoor e la città partenopea iniziò nel 2000, quando in piazza del Plebiscito venne esposta la scultura Tarantara. Vi ricordo che l'opera Dark Brother (2005) è inclusa nella collezione permanente del Museo Madre.
Video Tg3
La scorsa settimana Kapoor era in Vaticano in occasione dell'incontro di Papa Francesco con duecento artisti provenienti da tutto il mondo. All'evento aveva partecipato anche Jhumpa Lahiri.

Entrata principale stazione Monte Sant'Angelo




Uscita stazione Monte Sant'Angelo

Tarantara

Dark Brother


12 luglio 2022

AKBAR. IL GRANDE IMPERATORE DELL'INDIA


[Archivio]

La mostra Akbar. Il grande imperatore dell'India era stata allestita dal 23 ottobre 2012 al 3 febbraio 2013 presso la Fondazione Roma Museo. Come evento collaterale, era prevista una rassegna di cinema al Quirinetta, Bollywood Film Meeting Roma, inaugurata da Jodhaa Akbar. Riporto di seguito il comunicato stampa:

'Lʼarte e lʼarchitettura del subcontinente indiano da sole potrebbero bastare per costituire un capitolo vastissimo e tra i più affascinanti della storia dellʼUmanità. Il dato forse più significativo è che fin da quando i musulmani comparvero stabilmente in India, nel XII secolo, passando per lʼAsia centrale, si trovarono a confrontarsi con la cultura artistica hindu, ma anche jainista e buddista, completamente diversa, sia nellʼimpiego di materiali che nelle strutture architettoniche. Dalla fusione di tradizioni diverse, ma non incompatibili, ebbe dunque la sua origine e originalità lʼarte e lʼarchitettura indoislamica, il cui periodo dʼoro coincise con quello della dinastia Moghul, una stirpe di conquistatori (1526-1858, anche se lo stato unitario si esaurisce nel 1707), che diede vita a un impero più grande dellʼattuale India, spostandosi verso la Persia, dapprima a Kabul e poi a Delhi e successivamente ad Agra.
Akbar (1542-1605), “Il più grande”, fu uno dei più potenti sovrani dellʼIndia e del mondo, appartenente alla dinastia Moghul, figlio di Humayun e nipote di Babur, che si diceva discendente di Chingis Khan e di Tamerlano. Non vʼè dubbio che Akbar diede al suo regno (1556-1605) prima di tutto lʼunità territoriale, supportata da un potere statuale centralizzato e da unʼamministrazione riformata in grado di dar vita a una fase di prosperità economica, una stabilità politico-militare, accompagnata da quella sociale e da un forte rinnovamento culturale e spirituale. Diventato imperatore a soli tredici anni, non gli si poté insegnare a leggere e scrivere; Akbar rimase così analfabeta, ma ciò non gli impedì di sviluppare un gusto e una passione per le arti: pittura, musica, letteratura e architettura venivano coltivate a corte con grande entusiasmo ed eclettismo.

Akbar si perde nel deserto mentre caccia asini selvatici nel 1570

Akbar avviò una politica di grande apertura culturale, filosofica e religiosa, che valse al sovrano la possibilità di conoscere in modo approfondito la tradizione hindu, di valorizzarla e di farne, insieme al rispetto delle varie religioni autoctone ed etnie, fattori fondamentali del proprio successo politico e di consolidamento del proprio potere. Spinto dalla sua tolleranza religiosa puntò alla creazione di una fede sincretista, che fondesse lʼislam e lʼinduismo. Per raggiungere tale obiettivo chiamò vari esponenti di ogni origine e credo presso la sua corte nominandoli ministri, eliminò la tassa imposta ai non musulmani (jizya) e volle allearsi con lʼantica stirpe di guerrieri hindu (rajput), sposando, in prime nozze, Hira Kunwari, nota anche col nome semi mitico di Jodha, figlia del Raja Bharmal di Amber, che poté continuare a praticare lʼinduismo anche nella corte islamica dei Moghul. La tolleranza e il rispetto per le differenti religioni autoctone e per le etnie si rispecchiavano, oltre che nella vita privata e pubblica di Akbar, anche nelle costruzioni architettoniche del suo regno, in particolar modo nella capitale dellʼimpero, la Città della Vittoria (Fatehpur Sikri), dove, dopo la nascita del primogenito (1569), si trasferì con tutta la sua corte. Akbar riprese inoltre le arti importate dal padre Humayun, grazie agli artisti persiani, e con alcuni pittori diede vita a un vero e proprio centro di arti pittoriche frequentato da più di cento aiutanti per la realizzazione di opere di incomparabile bellezza, il cui particolare stile si diffuse in tutte le province del regno. (...)


La Fondazione Roma promuove la prima mostra, in un contesto nazionale e internazionale, a essere presentata al pubblico per la completezza di analisi della figura del Grande Akbar e delle arti, rappresentative sia della sua vita privata che politica, sviluppatesi durante tutto il suo governo. Lʼintero percorso espositivo risplende della bellezza delle oltre centotrenta opere, mai così ricche di storia e fascino, diverse per tipologia e materiali; spaziano da raffigurazioni dellʼepoca (tempere e acquerelli, arricchiti con lʼoro, dipinti, illustrazioni di libri) a manufatti per la vita quotidiana e per i viaggi in Occidente (rarissimi frammenti di tessuti, antichi tappeti, coperte nuziali, portagioielli, cassettoni finemente intarsiati dʼavorio, ottone e madreperla, e armi da combattimento o da parata, tempestate di pietre preziose o intarsiate di avorio, legno e velluto). A corredo della mostra e a testimonianza dello splendore della Città della Vittoria, è possibile ammirare e ripercorrere la ricostruzione di una delle moschee di Fatehpur Sikri ispirata a quella di Jami Masjid; la vicinanza con il contesto che ha ispirato gli autori delle opere esposte per questa occasione, seppur simulata attraverso la ricostruzione di ambienti, arredi e oggetti originali della vita di corte del grande imperatore, vuole assolvere unʼimportante funzione didattica, che avvicini e aiuti lo spettatore a entrare in contatto il più possibile diretto con quello che fu lo straordinario regno di Akbar. (...)
Emmanuele Francesco Maria Emanuele
Presidente Fondazione Roma

Akbar riceve gli omaggi

LA MOSTRA

I SEZIONE - Vita a Corte, governo e politica
La prima sezione racconta alcuni momenti della vita pubblica e privata dellʼimperatore, attraverso opere come Akbar riceve gli omaggi e La nascita di Salim nel 1569. Salim, primogenito di Akbar, nacque dallʼunione con Hira Kunwari. Diventerà imperatore con il nome di Jahangir, il conquistatore del mondo. Egli vide la luce a Fatehpur Sikri, dove Akbar aveva costruito la sua nuova capitale come ringraziamento per il figlio inaspettato. Le vesti dai colori sgargianti e la ritualità degli usi e costumi di quellʼambiente sono mirabilmente espresse in queste opere, dove le architetture del nuovo regno fanno da sfondo alle preziose tempere e acquerelli su carta arricchiti con lʼoro.

II SEZIONE - Città, urbanistica e ambiente
La seconda sezione illustra, attraverso raffigurazioni dʼepoca, la costruzione delle città e lo sviluppo dellʼarchitettura e dellʼurbanistica. Si vedono uomini e animali - tra cui i grandi elefanti indiani - impegnati nellʼedificazione di mura e palazzi, secondo il nuovo stile voluto da Akbar, come per esempio in Akbar ispeziona la costruzione di Fatehpur. In mostra anche immagini che raccontano lʼimpegno degli imperatori precedenti nelle opere pubbliche, come si può vedere in Babur supervisiona la costruzione di un bacino presso la fonte di Khwajah sih yaran vicino Kabul, proveniente dal Baburnama (Biografia di Babur).

La nascita di Salim nel 1569

III SEZIONE - Arti e artigianato
In questa sezione vengono esposti alcuni manufatti, sia per uso locale sia per lʼesportazione in Occidente, come antichi tappeti e coperte nuziali, porta gioielli e cassettoni finemente intarsiati dʼavorio, ottone e madreperla, allo scopo di documentare la ricchezza e la ricercatezza della corte di Akbar. Sono presenti lavori elegantemente decorati, con animali e motivi fitomorfi, come in Tappeto con coppie di uccelli su paesaggio e nel Frammento di tappeto. In mostra anche manoscritti, sculture, tessuti indo-portoghesi e oggetti di arredamento provenienti da alcune delle principali raccolte indiane, europee, statunitensi e arabe.

IV SEZIONE - Guerra, battaglia e caccia
Nella quarta sezione, opere come Babur a caccia di rinoceronti vicino a Bigram (Peshawar) il 10 dicembre 1526 e Lʼavventura di Akbar con lʼelefante Hawaʼi, narrano scene, mitiche e storiche, di combattimento e di lotta, e mostrano la pratica delle grandi spedizioni di caccia fatte con i mastodontici elefanti. Tra questi, spesso ritratto come montatura di Akbar, emerge Hawaʼi, che, secondo la leggenda, fu uno dei più forti elefanti esistenti, difficilissimo da gestire, ma dominato dal grande imperatore. Vengono esposte anche armi da combattimento e da parata, spesso decorate da pietre di grande caratura, come la Daga con elsa in bronzo dorato, incastonata di rubini o la Spada curva a un taglio, in acciaio damaschinato, legno e velluto.


V SEZIONE - Religione e mito
La quinta sezione racconta la religione del tempo, il rapporto tra i differenti culti - principalmente islamico e hindu, ma anche jain, zoroastriano e cristiano - e il sentimento della tolleranza tanto diffuso da Akbar. Illustrazioni mitologiche, sacre e letterarie sono rappresentate in opere come la tempera su carta intitolata Un angelo in conversazione con un gruppo di europei e la miniatura La trasformazione dellʼoceano [di latte in burro], che narra la grande impresa di dèi e demoni per raggiungere lʼambrosia, nettare della vita eterna. (...)

BOLLYWOOD FILM MEETING ROMA
Alla vigilia delle celebrazioni per i cento anni del cinema indiano, che si terranno nel Paese asiatico nel 2013, la rassegna Bollywood Film Meeting Roma intende offrire uno sguardo generale sulla Bollywood contemporanea, proponendo una selezione di lungometraggi prodotti negli ultimi tre anni - espressione sia del cinema mainstream che di quello indipendente - particolarmente rappresentativi dei diversi generi cinematografici, di alto valore artistico e di grande successo di critica e di pubblico. Tradizionalmente conosciuta per le sue prevedibili trame romantiche, la Bollywood delle grandi case di produzione sta oggi vivendo un momento di grande sviluppo, che porta i registi a sperimentare linguaggi, tematiche e stili diversi. Contemporaneamente si assiste alla crescita del cinema indipendente, che ha dato vita a nuove tendenze in grado di attirare lʼinteresse dei più importanti festival internazionali. Aprirà la rassegna lo spettacolare film storico sulla vita dellʼImperatore Akbar Jodhaa Akbar (2008), di Ashutosh Gowariker, già regista dellʼacclamato Lagaan (2001), candidato agli Oscar come miglior film straniero'.

L’avventura di Akbar con l’elefante Hawa’i

RASSEGNA STAMPA/VIDEO (aggiornata al novembre 2019)

- Akbar, il più grande, Antonio Mazza, News Arte & Cultura, 4 maggio 2015:
'Oltre 130 opere (...) il cui insieme mostra in filigrana il regno di Akbar ed il suo tempo. E subito, con “Vita a corte, governo e politica”, ci si rende conto della fastosità ma, insieme, anche della levità di quel contesto, poiché in tutte le rappresentazioni, il verismo della scena, pur impreziosito da elementi di contorno (acquerello opaco e oro su carta), non mostra quelle ridondanze stilistiche inevitabili quando si celebra il Potere. Così è, ad esempio, per Akbar in pellegrinaggio, la nascita del figlio Salim o il ritratto di Zain Khan, di grande sobrietà (ed eleganza) nonché di una cura del particolare che rimanda alle miniature persiane. E questo appare ancora più evidente nella seconda sezione, “Città, urbanistica e ambiente”, in particolare (secondo me) ne “La costruzione della città di Fatehpur Sikri” (il centro politico-religioso dell’impero) e “La costruzione del forte di Agra” (la capitale amministrativa), dove la minuziosità è davvero incredibile (quasi si percepisce la polvere sollevata dagli operai). E, per analogia, non puoi non pensare ai fiamminghi ed al loro gusto del particolare. (...) Infine la quinta sezione, “Religione e mito”, forse la più intrigante, perché mostra il clima di tolleranza che regnava nel paese. (...) Non sono solo i temi diciamo così “locali”, come il derviscio, il mullah o le illustrazioni dei libri sacri dell’India, come il “Ramayana” e il “Mahabharata”, ma quelli cristiani, importati dai gesuiti, a catturare l’attenzione. È curioso vedere un San Luca, la Natività, Gesù e la samaritana o le scene della crocifissione e pensarle eseguite da artisti moghul, che si ispiravano a modelli europei'.
- Video La meravigliosa India di Akbar, Rai Cultura, novembre 2019

Angelo in conversazione con un gruppo di europei

26 maggio 2022

BIENNALE ARTE 2022


La 59esima edizione dell'Esposizione Internazionale d'Arte si svolge a Venezia dal 23 aprile al 27 novembre 2022. L'India non ha allestito un suo padiglione, però, leggendo l'articolo Venice Biennale: In its 59th edition, the event celebrates diversity in every sphere (di Cristina Kiran Piotti, pubblicato da Architectural Digest India il 10 maggio 2022), scopriamo che alcune pregevoli opere di blasonati artisti indiani (o di origine indiana) sono comunque in mostra, anche nell'ambito di eventi collaterali. In dettaglio:

* Giardini: opere di Mrinalini Mukherjee (Rudra, 1982; Vanshree, 1994; Devi, 1982) e di Prabhakar Pachpute (Unfolding of the remains-II, 2022; The underground nest over the dune-II, 2022) selezionate da Cecilia Alemani, curatrice della Biennale; 
* Padiglione Oman: opere di Radhika Khimji; 
* Ca’ Pesaro: mostra Palazzo della Memoria di Raqib Shaw. Nel comunicato ufficiale si legge: 'Le dodici opere di Raqib Shaw realizzate nel corso degli ultimi due anni si collocano in un progetto site specific nelle sale di Ca’ Pesaro, con luminosi richiami alla tradizione pittorica italiana e veneziana, con ispirazioni da Tintoretto, Giorgione, Pannini e altri, per riflettere sulla perdita della patria e sulla condizione dell’esilio. Raqib Shaw, che è cresciuto in Kashmir e vive attualmente a Londra, crea dipinti estremamente elaborati e minuziosamente dettagliati che rappresentano mondi paralleli e visionari pervasi da un significato profondamente personale e psicologico. Spesso monumentali nelle dimensioni, le opere uniscono influenze ibride, facendo confluire tempo e spazio per attraversare paesaggi, stagioni, miti ed epoche. Nella sua nuova serie di lavori, Shaw trasfigura il proprio giardino a sud di Londra in uno sfondo verdeggiante per l’ormai perduto mondo del Kashmir e per il paradiso immaginario di un paesaggio infantile venato dalla malinconia dell’esilio';
* Conservatorio Benedetto Marcello: opere della serie The Intermediaries (2019) di Bharti Kher nell'ambito della mostra Uncombed, Unforeseen, Unconstrained;
* Belmond Hotel Cipriani: Cooking the World di Subodh Gupta;
* Gallerie dell'Accademia e Palazzo Manfrin: vi avevo già segnalato la grande mostra dedicata ad Anish Kapoor (clicca qui).


Mrinalini Mukherjee: (da sinistra) Rudra, 1982; Vanshree, 1994; Devi, 1982

Prabhakar Pachpute: Unfolding of the remains-II, 2022; (scultura) The underground nest over the dune-II, 2022 

Radhika Khimji: Under, Inner, Under, 2022

Radhika Khimji: Under, Inner, Under, 2022

Raqib Shaw: La Tempesta (after Giorgione), 2019-2021

Bharti Kher: The Intermediaries, 2019

Subodh Gupta: Cooking the World

Subodh Gupta: Cooking the World


22 aprile 2022

ANISH KAPOOR A VENEZIA


Vi segnalo la grande mostra dedicata ad Anish Kapoor, artista britannico nato in India, allestita a Venezia presso le Gallerie dell'Accademia e il Palazzo Manfrin (recentemente acquistato dalla Anish Kapoor Foundation), dal 20 aprile al 9 ottobre 2022, in concomitanza con l'Esposizione Internazionale d'Arte. Nel sito delle Gallerie dell'Accademia si legge:

'Le Gallerie dell'Accademia di Venezia presentano una grande mostra retrospettiva di Anish Kapoor, l'artista britannico famoso per aver sperimentato i limiti e la materialità del mondo visibile attraverso opere che trascendono la loro oggettività e sollecitano lo spettatore ad interagire emotivamente. Un'altra sede prestigiosa, lo storico Palazzo Manfrin nel sestiere di Cannaregio, completa questa rassegna con un'ulteriore importante selezione di opere di grandi dimensioni e che sfuggono a ogni definizione tradizionale. (...) Questa mostra rappresenterà l'intera gamma visionaria della pratica di Kapoor, la sua sensibilità pittorica e la sua abilità scultorea.

(fotografia di Attilio Maranzano)

LA MOSTRA ALLE GALLERIE DELL'ACCADEMIA

Alle Gallerie dell'Accademia Anish Kapoor presenta una serie di lavori fondamentali, dalle sculture degli esordi eseguite col pigmento, come 1000 Names, alle opere sul vuoto, fino a sculture mai viste prima create con il Kapoor Black, un materiale nanotecnologico innovativo, una sostanza talmente scura da assorbire più del 99,9% della luce visibile. La pelle dell'oggetto come velo tra il mondo interno ed esterno ha sempre rappresentato un aspetto cruciale nella pratica dell'artista, e qui alle Gallerie dell'Accademia le sculture realizzate con Kapoor Black trasportano questa dinamica in un territorio radicalmente nuovo, in forme che appaiono e scompaiono davanti ai nostri occhi. In queste opere Kapoor ripropone il motivo della piega nella pittura rinascimentale come un segno dell'essere: attraverso la cancellazione del contorno e del bordo ci viene offerta la possibilità di superarlo. Forze misteriose emergono attraverso un'altra serie di opere nere, che penetrano nelle pareti del museo, esplorando ulteriormente l'oscurità come una realtà fisica e psichica. Accanto a queste opere straordinarie si espongono per la prima volta i dipinti più recenti di Kapoor, instaurando un dialogo dinamico sia con la collezione storica d'arte delle Gallerie, sia con il suo stesso linguaggio scultoreo. Il motivo della pelle e della piega viene ulteriormente esplorato attraverso la spettacolare Pregnant White Within Me (2022), un gigantesco rigonfiamento che dilata l'architettura dello spazio espositivo, suggerendo una ridefinizione dei confini tra corpo, edificio ed essere. Kapoor commette vari atti sacrileghi sparando sulle pareti e modificando il tessuto stesso delle Gallerie.

(fotografia di Attilio Maranzano)

LA MOSTRA A PALAZZO MANFRIN

Questa seconda sede della mostra di Anish Kapoor inizia con la nuova monumentale opera Mount Moriah at the Gate of the Ghetto (2022), sporgente dal soffitto dell'androne e creata appositamente per gli spazi parzialmente rinnovati di Palazzo Manfrin. Questa massa grondante di silicone e vernice guida i visitatori attraverso un dedalo di stanze caratterizzate da un trittico di pitture in silicone ugualmente ribollenti, Internal Objects in Three Parts (2013–2015), oltre che da molte opere cruciali nella lunga e prestigiosa carriera di Kapoor, tra cui l'iconica opera sul pigmento White Sand Red Millet Many Flowers (1982). Il percorso continua con una serie di opere specchianti che capovolgono e distorcono le aspettative dello spettatore su ciò che si riflette. Paradiso, inferno, terra e mare sono tutti evocati, mescolati e capovolti in opere meccanizzate di grandi dimensioni come le acque vorticose rosse di Turning Water Into Mirror, Blood Into Sky (2003) e Destierro (2017), in cui un caterpillar interamente blu trasporta tonnellate di terra rossa in un'epica azione di sovvertimento. Il colore per Kapoor è una condizione che immerge lo spettatore nel peso della sua saturazione, consentendo di mettere in atto il suo potenziale di trasformazione. Le gradazioni della luce veneziana entrano in gioco attraverso opere eteree e geometriche scolpite nell'alabastro naturale, mentre il pigmento blu laguna dei primi emisferi vuoti di Kapoor presenta un territorio di meditazione. Nelle altre sale si riallacciano i temi presenti alle Gallerie dell'Accademia, con momenti di spiritualità e riti di passaggio espressi nel linguaggio visivo unico di Kapoor. Tutte le strade portano all'installazione centrale di un sole che tramonta (o sorge), che aleggia su una massa di cera rossa esangue mentre si aggrega sul pavimento del palazzo, sommergendo questo edificio storico nella sostanza primordiale della vita e della morte.

(fotografia di Attilio Maranzano)

ANISH KAPOOR

Anish Kapoor è considerato uno degli artisti più influenti del nostro tempo. Nato a Mumbai, in India, nel 1954, ora vive e lavora a Londra. Le sue opere sono esposte nelle più importanti collezioni permanenti e nei musei di tutto il mondo, dal Museum of Modern Art di New York alla Tate di Londra; alla Fondazione Prada di Milano; ai Musei Guggenheim di Venezia, Bilbao e Abu Dhabi. (...) Anish Kapoor ha rappresentato la Gran Bretagna alla 44esima Biennale di Venezia nel 1990, dove ha ricevuto il Premio Duemila. (...) Noto anche per le sue opere architettoniche, tra i progetti pubblici che ha realizzato ricordiamo, tra gli altri: Cloud Gate (2004), Millennium Park, Chicago, USA; Leviathan (2011), esposto a Monumenta 2011, Parigi; Orbit (2012), Queen Elizabeth Olympic Park, Londra; Ark Nova (2013), una sala da concerto gonfiabile creata per il Festival di Lucerna, Giappone; e Descension (2014), recentemente installata al Brooklyn Bridge Park, New York, USA'.

Ark Nova

RASSEGNA STAMPA/VIDEO (aggiornata al 24 aprile 2022)

'«Palazzo Manfrin non so esattamente che cosa diventerà, spero ci sia un’interazione con l’università. Certamente è anche una follia. Adoro Venezia, la amo per quel suo lato maternamente oscuro, per queste sue acque. Sono stato qui un po’ anche durante il lockdown». 
Per poi ritornarci ora, durante la Biennale, con un grande evento (...), con opere nuove e altre storiche, come quella in cui utilizza un cannone per sparare cera rossa dentro a una stanza. Per l’artista un simbolo di fecondità. 
«È molto fallico, bombarda colore. Qui in una stanza, ma originariamente in un angolo. Qui c’è anche il principio del maschile e del femminile. L’idea della violenza e della pittura. Pensiamo a Jackson Pollock: lui ha messo la tela per terra ricoprendola di colori come fossero fluidi corporali. Poi ha appeso queste tele facendo un gesto fondamentale per la loro trasformazione. Dicendo che la terra diventava il cielo. E io vedo, in questo, la lotta del corpo nella sua trasformazione».
Nella sua pratica, l’uso del rosso è una costante da almeno trent’anni, però in queste settimane si è visto scorrere tanto sangue sulla neve in Ucraina, (...) fosse comuni, carneficine...
«Spezza il cuore, spezza il cuore. È molto rivelatore quando l’arte coincide con la vita vera. La violenza è intorno a noi sempre, anche se pretendiamo che non ci sia, ed è compito della cultura far pensare che esista. Adesso la vediamo concentrata nell’orrore perpetrato da questo Putin».
Con questa sua nuova scultura, The Unremembered, presentata per la prima volta qui alle Gallerie dell’Accademia, lei sembra sia entrato nel magma incandescente dell’Etna.
«Non ci sono mai stato però! Negli ultimi tre, quattro anni ho cercato di ritornare a una pratica più ricca, molto fisica e se noi pensiamo alla ritualità questa ha sempre molto a che fare con il corpo. Poi c’è la parte più trascendente di che cosa sia il corpo e cosa diventi, non solo dal punto di vista della cultura cattolica. E ovviamente il sacrificio è uno degli atti più significativi. Quindi un modo di vedere all’interno del corpo. Questo pezzo è come un’incudine. È fatto con pittura molto spessa e silicone. Qui è come se tutto collassasse, ed è anche quello che succede all’interno del nostro organismo. Da anni, anni e anni ho sempre guardato all’interno delle cose, e sorprendentemente l’interno è più grande dell’esterno. È una realtà psichica, ma non abbiamo questa percezione».
I titoli delle sue opere a volte hanno un che di romantico.
«Amo molto la poesia. Ma non la scrivo. Le parole sono importanti e il titolo è un’altra parte del lavoro, e lo contestualizza. Noi non osserviamo nulla in modo innocente. E le parole possono influenzarci nel vedere».
Lei dice che a volte, quando un’opera è finita, osservandola si domanda «che cosa ho fatto?». Un’opera corrisponde sempre alla sua idea creativa iniziale oppure alla fine vive sempre di una vita propria?
«Un’opera vive sempre una vita propria, sempre. E ciò ha a che fare con uno strano processo. In primo luogo, ciò che faccio è mettere in piedi una situazione, ho costruito questa sorta d’incudine con una fessura all’interno. Ciò ha richiesto disegni e mesi di lavoro, un processo molto cosciente. Poi, sviluppo un’altra idea successiva, pensando a certi volumi, a certi riferimenti corporei, al colore, e questo processo dura invece due, tre ore, non di più. Molto veloce. Poi torno forse giorni dopo, guardo molto intensamente l’opera, ed è questo il vero lavoro. Non mostro mai una creazione se prima non sono passati almeno sei mesi. E mi chiedo: qual è la sua vita? Se io spiego qualcosa in merito, lei lo capisce e tutto finisce lì. Ma l’interessante è ciò che succede nonostante il detto. L’arte è qualcosa che confonde, è una conversazione tra il senso e il non senso. Questo succede non solo con le mie opere ma, ad esempio, con uno dei miei dipinti preferiti come La punizione di Marsia di Tiziano. La grandezza di un’opera non risiede in ciò che essa esprime. Tiziano gioca con la materia, con la storia, con ciò che è nascosto, non sta illustrando. C’è un che di misterioso in essa e qualcosa accade mentre si osserva il dipinto, l’osservatore fa parte dell’opera. E ogni volta io la scruto per rendermi conto di come Tiziano sia riuscito a fare certe cose. Ed è sempre nuova ai miei occhi».
Questa parete panciuta appare come un richiamo al femminile. Lei sente molto il tema della maternità, ha fatto anche due lavori specifici.
«Quella che vede è una forma non forma, c’è tensione interna ed esterna. Ho due maschi adulti, e una bimba piccola. Ho seguito la trasformazione del corpo delle mie compagne da vicino. Le donne incinte sono molto potenti. L’uomo non può esserlo. A me piacerebbe essere gravido, credo sia uno stato davvero fondamentale. Ho speso tutta la mia vita a creare delle opere, a partorirle, ma generare un essere vivente, wow, sarebbe fantastico. Io da uomo ho partecipato solo alla metà di questo processo, mentre la donna è nella totalità. Però ho assistito al parto: davvero qualcosa di molto, molto fisico, con tanto sangue anche. Ma molto bello». (...)


Kapoor è ossessionato dal nero più profondo. L’utilizzo dei pigmenti caratterizza l’opera di Kapoor, però da tempo è andato oltre questo materiale, si è invaghito del Vantablack (un particolare materiale composto da nanotubi di carbonio) di cui ha acquisito i diritti, e delle nanotecnologie. La peculiarità di questo materiale, a volte confuso per un pigmento, risiede nella sua capacità di assorbire la luce al 99.96 %. Ed è così assorbente da far scomparire l’oggetto sul quale viene applicato. Qui in mostra vediamo frontalmente un quadrato nero piatto, ma se appena ci spostiamo di lato appare magicamente un cono sporgente.
«Da molto tempo lavoro sul concetto del non-oggetto, della sua negazione. Leggendo un trafiletto in un quotidiano ho scoperto che un uomo chiamato Ben Jensen ha inventato la materia più nera nell’universo. Così gli scrissi e lui mi disse subito: “Questa è tecnologia che non ha nulla a che vedere con l’arte”! Ma poi abbiamo dialogato, lui inizialmente poteva sviluppare solo pezzettini di 2 cm quadrati. Poi, insieme, per sette anni, abbiamo fatto tanta ricerca. Non è una vernice, né un tubetto dal quale spremere il colore. Lavorare questa materia è un incubo, è tossica, bisogna indossare maschere speciali, per questo l’oggetto nero viene purtroppo esposto dentro a una teca di vetro».
Quindi con questo procedimento nanotecnologico lei fa scomparire l’oggetto senza però negare del tutto la plasticità, su cui si basa il gesto dello scultore.
«Nel Rinascimento ci furono almeno due grandi scoperte: la prospettiva, che mette l’uomo al centro, e il panneggio del tessuto, che rivela l’essenza del corpo di un essere umano. Ora se il Vantablack, questa materia nera, viene messa sulle pieghe di un tessuto, esse scompaiono, quindi la mia proposta è che questa materia, applicata nel giusto contesto, spinge l’oggetto oltre sé stesso. Il Quadrato nero di Malevic è un’icona, ma lui ha sempre parlato di questa come di un oggetto fondamentale, le tre dimensioni le conoscevamo e la quarta è il Suprematismo, per andare oltre la forma, oltre tutto. Per me è un po’ la stessa cosa, l’oggetto va oltre il suo essere fisico. Queste ricerche mi ricordano anche la figura di Robert Fludd, un medico alchimista che fece bellissime, piccole opere con dei quadrati neri. Alcune si trovano alla British Library. È una vecchia storia questa della trascendenza, l’oggetto non è abbastanza».
E adesso neppure i pigmenti che lei usa da decenni sono più sostenibili essendo estratti da minerali....
«Sì, lo so, è un disastro. Ciascuno di noi deve giocare un ruolo nei confronti del mondo, delle persone, verso il sistema politico. Putin può essere un uomo cattivo, ma lo è altrettanto Boris Johnson. Non sto scherzando. È lo stesso stupido sistema che ha messo in quel posto Putin e anche quell’idiota di Johnson. Un sistema che dà a un solo individuo un ridicolo ammasso di potere. Noi abbiamo un vero idiota a governare l’Inghilterra e mi spiace di essere così chiaro, ma è proprio quello che penso. E vorrei andare ancora oltre, parlare del modo come educhiamo i nostri figli. La nostra società emargina tutte quelle persone che non ama. Tu sei un cattivo ragazzo, tu sei una cattiva ragazza, stai all’angolo. Non fare questo, non fare quello. Tutte quelle parti che sono indomabili, oscure, incontrollate, devono essere epurate, e questo è davvero il peggio. Essere un artista vuol dire fare esattamente l’opposto di quello che uno si aspetta».
Su cosa ha basato allora l’educazione dei suoi figli?
«Ho insegnato loro la libertà di fare tutto ciò che vogliono (mia moglie non è molto d’accordo, ma vabbé). Questo aspetto educativo, anche se non sembra, ha molto a che fare con il riscaldamento globale. Tutto ciò che su questa Terra era selvaggio lo abbiamo bandito, trasformando tutto in un bel giardinetto. Invece dobbiamo consentire a noi stessi di vivere questa parte selvaggia, e i nostri figli non sono strumenti economici fatti di carne, sono bellissimi esseri umani creativi. Il capitalismo globale è il peggiore dei mali».
E gli NFT [Non-Fungible Token, certificato di proprietà di un'opera digitale] sono arte o uno strumento finanziario? Lei ha fatto ritirare un’opera NFT proposta sulla piattaforma di OpenSea, fatta a sua insaputa, era uno di quegli elmetti di Star Wars customizzati da famosi artisti, tra cui lei, appunto.
«Sono della vecchia scuola, e faccio cose fisiche, perché farle su uno schermo? Uno dei più grandi mali dell’arte è il suo costante link con il capitalismo globale. L’NFT è ancora un altro trading, non ha nulla a che vedere con l’arte. È veramente strana questa relazione tra arte e denaro. Intrinsecamente l’oggetto d’arte è completamente inutile, è qualcosa di psichico, di mitologico. Mentre lavoro qui alle Gallerie dell’Accademia, è fantastico soffermarsi nelle sale, rivedere per esempio La Vecchia di Giorgione e naturalmente la sua Tempesta, che è così meravigliosamente misteriosa. Nel cosmo ci sono degli oggetti che non capiamo, ma nel nostro mondo ogni cosa che osserviamo la comprendiamo perché ha un nome, ma solamente nell’arte ci sono dei veri misteri, è un gioco intellettuale, emotivo, visivo».
Venezia è anche la città dei cieli di Tiepolo, di Canaletto, di cui alle Gallerie dell’Accademia troviamo mirabili opere. Lei non utilizza mai questi azzurri chiari, però il cielo ugualmente lo cattura con opere specchianti come Cloud Gate del 2004 o C Curve del 2009.
«Il cielo è molto importante. Ed è per questo che cerco di lavorare sulla trascendenza, ma l’unica che noi conosciamo è quella che sta lassù dove punta il mio dito. La Terra e il Cielo stanno all’opposto ma anche in dialogo. Ho fatto alcuni lavori usando il rosso per il cielo come in At the Edge of the World. Un cielo molto scuro».
Che cosa sta processando la sua psiche adesso?
«Ah che domanda impossibile. Però sì, molte cose. Ho una vita molto regolare, mi alzo presto al mattino, alle 6.30. Mangio sempre le stesse cose a colazione. E questa ripetitività mi dà la libertà, una volta che sono in studio, di essere regolare, molto concentrato. Lavoro fino alle 18/18.30. Ma qualche volta, in mezzo, ci sta anche un pisolino. Sono proprio come un impiegato. E il motivo di essere così regolare è quello di aprire uno spazio all’interno della psiche. Cerco ogni giorno di fare almeno un’opera o anche più di una. E poi non c’è una volta che mi sia posto dei limiti, vado sempre, sempre avanti. Per vedere che cosa può succedere. È un metodo psicoanalitico per affrontare le cose. Questa è una preoccupazione costante, altrimenti sei un dilettante».'

(fotografia di Attilio Maranzano)

'Con oltre 60 opere esposte, la rassegna ripercorre i momenti chiave della carriera artistica di Kapoor, presentando al tempo stesso anche lavori fortemente innovativi, di recente produzione, realizzati utilizzando la nanotecnologia del carbonio, che testimoniano la vitalità e la spinta visionaria dell’artista britannico, considerato uno dei maggiori protagonisti dell’arte contemporanea. Le opere di Kapoor instaurano così un inedito dialogo con la collezione storica delle Gallerie dell’Accademia, “forse una delle più belle collezioni di pittura classica di tutto il mondo - sottolinea l’artista, spiegando che “tutta l’arte deve sempre confrontarsi con ciò che è accaduto prima. Le Gallerie dell’Accademia rappresentano una sfida meravigliosa e stupefacente. Sento un profondo legame con Venezia (...) e la sua vocazione per l’arte contemporanea”.
“Anish Kapoor - evidenzia Giulio Manieri Elia, direttore delle Gallerie - ha costruito la sua intera opera indagando l’essenza assoluta dell’arte nei suoi interni elementi costitutivi: la forma, il pigmento, la prospettiva, la luce e la sua assenza, agevolando in questa indagine creativa un dialogo stimolante con l’arte dei grandi maestri del Rinascimento veneto rappresentati in museo: Bellini, Tiziano, Tintoretto, Veronese.” La mostra veneziana guarda a un linguaggio interiore, che è sempre stato centrale nella pratica di Kapoor. (...) Lungo tutta la rassegna le opere assorbono ed estendono lo spazio all’interno e intorno a loro “in regni inquietanti, trasformando le sale delle Gallerie dell’Accademia in luoghi magici - andando oltre l’esposizione di oggetti”. (...)

(fotografia di Attilio Maranzano)

“Kapoor - chiarisce Taco Dibbits [curatore della mostra] -  crea opere che si realizzano nell’attimo in cui le sperimentiamo. In tutti gli spazi di questa esposizione, alle Gallerie dell’Accademia e a Palazzo Manfrin, l’evoluzione e il tempo sono in mostra ma anche in atto. Tali opere esistono in un divenire continuo, siamo chiamati come testimoni di questi oggetti per un solo momento nel corso della loro generazione o de-generazione”. “Nella pratica di Kapoor - continua il curatore - è  sempre esistito un rapporto fluido tra pittura e scultura e, allo stesso modo, ora manipola l’olio su tela per evocare momenti cinematografici di natura temporale, per presentare una scena o uno spazio in cui qualcosa sta accadendo e, in apparenza, spesso qualcosa di violento. Mentre l’origine delle opere a specchio di Kapoor e il recente corpus di opere nere potrebbero essere collocate tra le prime sculture a pigmento e la creazione dell’oggetto vuoto, la genesi dei suoi dipinti e dei lavori a base di silicone e resina sembra emergere dai processi più brutali e tumultuosi delle sculture di cera ‘autogenerate’. Nel riunire queste serie di opere a Venezia, Kapoor ci presenta la sua proposta di bellezza e violenza profondamente intrecciate l’una con l’altra, in cui la seconda e una forza generativa ed entropica, vitale nella formazione dell’essere e del non essere, dell’oggetto e del non-oggetto, e che coesiste con la bellezza di creare un sublime nuovo e necessariamente terrificante. Queste opere sono tornate a casa, in una città in cui riecheggiano le stesse forze” - conclude Dibbits'.

The Dark, 2021

- Video Rai 3: TGR Veneto del 21 aprile 2022.
- Video Sky TG24, 21 aprile 2022: intervista concessa da Anish Kapoor a Sabrina Rappoli. '“Io amo Venezia, amo tutto quello che rappresenta, è un villaggio cosmopolita che racchiude un vero spirito internazionale al suo interno e la Biennale rappresenta bene quest’idea di culture che si uniscono, è molto importante poi naturalmente essere qui, nell’Accademia, casa di grandi artisti e pittori veneziani. Ed è molto importante anche  osservare la grande arte del passato con gli stessi occhi di un contemporaneo che guarda all’Arte del suo tempo, in modo che queste due impressioni si fondano. (...) Credo che la pittura veneziana in particolare, avesse una relazione complessa con il colore, faccio l’esempio di Tiziano, ma ce ne sono molti altri. E la relazione risulta ancora più complessa se pensiamo che la maggior parte delle opere d’arte di questa città furono concepite durante la peste e girano intorno all’idea di questa “bestia” sconosciuta.  Un aspetto non molto differente da questo momento storico. È l’idea che il colore possa riflettere e parlare di questi stati d’animo che sono incerti, a volte bui, a volte luminosi. Si tratta del vecchio gioco dell’artista che si pone da sempre le domande fondamentali: cosa significa essere vivi? Cosa è vivo? Qual è la differenza tra me e un oggetto inanimato?”.'

Destierro, 2017

- Il nero più nero del mondo nella mostra di Anish Kapoor a Venezia, Alberto Bonazzi, Outpump, 24 aprile 2022:
'Anish Kapoor ha deciso di sbarcare a Venezia con un’enorme retrospettiva che ripercorre le tappe fondamentali della sua carriera artistica e celebra il dirompente contributo da lui apportato all’arte contemporanea. Si tratta di un’occasione unica per incontrare la pratica dell’artista nella sua totalità, immergendosi in una selezione di opere che spaziano dagli acclamati capolavori che lo hanno reso famoso in giro per il mondo, a una serie di nuove opere appositamente concepite per l’occasione. (...) Se nel 2017 era stato il MACRO di Roma a ospitare una sua retrospettiva, ora è arrivato il momento delle Gallerie dell’Accademia di Venezia che non hanno rinunciato a fare le cose in grande. La mostra (...) si articola all’interno di due prestigiose location. (...) Tra le stanze di questi palazzi, dunque, si cerca di offrire al pubblico la possibilità di aprire una finestra sull’intera cifra artistica di Kapoor, vedendo alternarsi dipinti, sculture e installazioni nell’articolazione di un forte dialogo tra medium differenti. 
Tra opere specchianti, perturbanti vuoti di luce e violente cromie, il susseguirsi dei capolavori dell’artista dimostra compiutamente la sua propensione ad approcciare l’arte per contrasti, prediligendo l’ossimoro e l’opposizione quali caratteri capaci di infondere spessore alle opere e generare intense reazioni emotive nelle persone. Si passa da installazioni come Shooting into the Corner (2008-2009), in cui grossi proiettili di cera e silicone vengono letteralmente sparati su muri intonsi generando un risultato violento e crudo, agli iconici lavori riconducibili alle sue prime sperimentazioni come White Sand Red Millet Many Flowers (1982). Ma in mostra sono anche presenti i grandi specchi che distorcono, sovvertono e ridefiniscono il mondo che vi viene riflesso, insieme ad altre sorprendenti opere, una fra tutte Destierro (2017) che vede come soggetto principale un caterpillar blu posizionato su una montagna di terra rossa: immagini e colori sono elementi forti, diretti e spesso destabilizzanti. 


Ovviamente non possono mancare all’appello i celebri volumi monocromatici che sporgono e si sviluppano nello spazio quasi a invadere quello personale dei visitatori e le inconfondibili opere colorate con il famigerato Vantablack, il colore più nero al mondo mai realizzato. Anish Kapoor, infatti, ha spinto lo sviluppo di questo colore unico nel suo genere capace di assorbire oltre il 99,9% della luce visibile e, quindi, di annullare la percezione della profondità e della distinzione dei bordi nelle superfici sulle quali viene applicato. Il Vantablack oltre a consentire la realizzazione di opere incredibilmente affascinanti, poiché la persona è costretta a relazionarsi con una dimensione della materia sconosciuta in quanto buia e infinita, è stato anche protagonista di un vero e proprio dissing tra artisti. Questo incredibile colore, che è il risultato della ricerca sulle nanotecnologie di un’azienda britannica, è soggetto a quello che potremmo definire uno stringente diritto d’esclusiva, poiché Anish Kapoor risulta essere l’unico artista che ne possa fare uso a scopo creativo (è ampiamente utilizzato anche in campo scientifico, militare e aeronautico). Dunque, al mondo non c’è altro artista al di fuori di Kapoor che possa usare il Vantablack e, come si può immaginare, ciò ha generato non poche polemiche all’interno del settore'. 

Vedi anche Biennale Arte 2022, 26 maggio 2022

21 dicembre 2021

HUB INDIA


Mi era sfuggito ma ve lo segnalo ora. Il 5 novembre 2021, all'Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, era stata inaugurata la mostra Hub India, allestita sino al 9 gennaio 2022 presso quattro sedi (Accademia, Museo D'Arte Orientale e Palazzo Madama; sino al 7 novembre 2021 nell'ambito di Artissima). Alle ore 17.00 era stato proiettato il documentario Sama: Symbols and gestures in contemporary art practices. Italy and India vol.1, diretto da Onir.

Onir presenta così la sua opera: 'It is a film installation that explores the exciting world of Contemporary Art in both the Indian sub-continent and in Italy, and develops an emotional bridge between the two countries, as an example of the historical-cultural and socio-economic extremes of the Euro-Asian continent'. Trailer.
Nel comunicato stampa diffuso da Fondazione Torino Musei, si legge: 
'Un documentario visionario e pionieristico che, attraverso una moltitudine di voci, esplora il mondo dell’arte contemporanea e dell’artigianato nel subcontinente indiano e in Italia. In questa prima “puntata”, un novero di artisti italiani contemporanei, tra cui Stefano Arienti, Alessandro Sciarroni, Sissi, Marzia Migliora tra gli altri, si alternano ad altrettanti artisti indiani, come Sheba Chhachhi, Tanya Goel, Rekha Rodwittiya e Ayesha Singh, offrendo al pubblico uno spaccato dell’estetica delle due regioni che mette in luce il rapporto tra tradizione e modernità, le pedagogie dell’Oriente e dell’Occidente, il genere, le archeologie e le politiche del tempo; i temi della migrazione, dell’esilio, del tempo e della memoria; la religiosità e il sincretismo e le specificità regionali nell’era della globalità. Sama: Symbols and gestures in contemporary art practices. Italy and India è un progetto di Myna Mukherjee e Davide Quadrio, diretto in India da Onir e scritto da Alessandra Galletta. (...) Il film è commissionato e prodotto da Arthub, Engendered, Ambasciata d'Italia a Nuova Delhi, Istituto Italiano di Cultura di Nuova Delhi (IIC) e Indian Council for Cultural Relations (ICCR)'.


RASSEGNA STAMPA (aggiornata al 4 febbraio 2022)

Hub India, Classical Radical, Manuela De Leonardis, Il Manifesto, 11 dicembre 2021: 'Il documentario raccoglie oltre cinquanta interviste ad artisti e intellettuali del subcontinente indiano e italiani, delineando una mappatura parallela incentrata sul significato di eredità culturale, identità, emigrazione, religione, stile, materia, tradizione, artigianato, globalizzazione. «Un esercizio di ricerca innescato da semplici domande che abbiamo posto agli artisti: come l’arte contemporanea preserva il passato, lo trasforma, lo contiene, lo osteggia?» – spiega Quadrio – «Cosa può dire ancora l’arte contemporanea? Cosa possiamo fare?»'.
'The first volume of the Indo-Italian documentary film project on contemporary art, which has been in the making for over a year, is now complete. (...) Directed/scripted by National Award-winning filmmaker Onir, (...) the documentary film was screened in the Capital earlier this week. SAMA has been shot at over a dozen locations, and features over 50 artist studios and artisan centres spanning the length and breadth of the two countries nomadically: from the white salt deserts of the Rann to the waterways of the Sundarbans and Dal Lake in India, the mountains of Dolomiti to the historicity of Venice in Italy. Sama, which means ‘similar’ in Sanskrit and Latin languages, is commissioned and produced by ArtHub Asia, Engendered, presented by The Embassy of Italy in India, and The Italian Cultural Institute of New Delhi and supported by the Indian Council for Cultural Relations. (...) On the occasion, Vincenzo De Luca, the Ambassador of Italy to India, said: “The documentary underlines the parallels between Italy and Indian history. It’s an important piece of work with great potential.” The hour-long film explores the world of contemporary art in the Indian sub-continent as well as in Italy and lends context by investigating the signs and symbols surrounding them in history and culture. It offers a glimpse into the aesthetics of the two regions, while also excavating rare forms of craftsmanship. In that sense, it develops an emotional bridge between the two countries, which despite their differences and complexities, share a common ancestral connection. It also features art historians, experts, and critics. The film will now have its run at film festivals globally before releasing on an OTT platform in India. Other volumes of the film are in the pipeline, whereas the second volume is expected to release by early 2022'.


- Because India and Italy are good together, Sucheta Chakraborty, Mid-Day, 9 gennaio 2022:
'“ Italy and India have this long history of the very old as well as the very new,” says Myna Mukherjee. (...) Indian and South Asian art often occupies a static, exotified space in the international forum, feels Mukherjee, restricted into exclusive categories like classical or spiritual. “I always say that there is no one story to be said about India. If someone wants to engage with a civilisation that’s this old and has so many epicentres for culture, they have to be willing to embrace its complexity.” Working with [Davide] Quadrio, who has substantial experience with Asian cultures, having worked in China for 25 years, Mukherjee who has lived in the US for over two decades says there was trust, as “both of us had lived outside our respective countries and faced a kind of representational glitch from opposite ends of the spectrum.” (...) 
[Sama] is shot in over a dozen locations and features over 50 artist studios and artisan centres across Italy and India. (...) This research-based travel covered almost six months in India and two months in Italy in the middle of the pandemic. “Because it was during COVID times, we had access to a lot of artists who would otherwise be busy with exhibitions and travel,” says Mukherjee.
“It was an intimate, personal and profound project, for which we were able to have this moment of concentration,” agrees Quadrio. Both for an exhibition at Artissima and later the film, the project used a wide and diverse range of artistic voices from the very well-known to the comparatively younger, based both within and outside metropolitan cities, and working with global and local reference points. The focus was both on “what remains from history and also how the contemporary can help preserve but also carry on with traditions,” he says. “In that sense, we found that Italy and India were good together.”
Moreover, one of the most important things the film aims at, Mukherjee points out, “is the idea of demystifying the east while imbuing the west with more soul, so also reversing the colonial eye for art, while making sure that the reference point for pedagogies is not just the west.” With other volumes in the pipeline and a second edition slated for release early next year, the project is decidedly ambitious. “The amount of work that’s been put in and the volume of material that we have is unprecedented,” admits Quadrio. “It’s a project that is alive and can go on. Some of the conversations we had are already beautiful films in themselves.” (...)
For Onir, while this was an opportunity to rediscover this world of art and be on journey of finding artists, their work and connections, the project also provided an intellectual release and energy in the middle of the pandemic. His presence, he says, was also a way to explore how someone outside this world of art would experience it. “The real discovery happened at the editing table,” he shares.  “Shot in India first, the material was then sent to Italy; the Italian part of the filming done keeping in mind what had already been shot here. It’s such an effortless experience. You go from one world to another without even realising that you have done so”.'

Sama

‘SAMA’: Discovering India and Italy’s artistic parallels, Georgina Maddox, The Hindu, 4 febbraio 2022:
'“It isn’t a technical documentary, but a journey of experiencing and understanding the long history of art in the context of nature, culture, tradition,” explains Onir. (...) “For me, the beauty is in finding threads that are diverse while having a commonality because that is what humanity is all about.” It is like poetry, he adds, “where you use different languages to convey the same emotion. You see nature, tradition, patterns, forms and colours of, say, Kashmir resonate [with those] in Gujarat, while being different. This has changed the way I see form and design, and will affect the way I shoot films.”
Bridging conversations
Sama means ‘similar’ in Sanskrit and Latin - making it an apt title for the film and the intention behind it. Steered by cultural producers and curators Myna Mukherjee and Davide Quadrio, the film started as a deeper investigation into sensibilities that were first touched upon by the duo in their 2021 exhibition at Artissima. “I was already collaborating with Davide and it made sense to look at India and Italy because they are at the two ends of an artistic ‘trail’ of Asia and Europe,” says Mukherjee. “The artists we interviewed are in constant conversation with the very new and very old, and both countries have a long history of aesthetics that draw upon classical traditions and bring them in dialogue with contemporary styles.” The 70-minute film (...) was screened a little over a month ago for a select audience at the Italian Cultural Institute in New Delhi. As the audience tracked the slow movement of a shikara across Kashmir’s Dal Lake, the rising waters of Venice, the vigorous performance of an Italian dance troupe cut by a shot of an impassioned Bengali Baul singer, they also entered the quiet studios of artists in India and Italy, talking about their work and their process: from Italian glass sculptures to gorgeously painted Indian contemporary canvases, helping them connect the dots that is our cultural inheritance. “I have always been interested in the arts, but since I left Kolkata and [moved to] Mumbai to work in Bollywood, I lost touch with it,” shares Onir. “So, when Myna got in touch with me for this project, I immediately said yes. It was a way of exploring different art forms, meeting artists, and travelling.”
A collective whole
The film lends context to Indo-Italian contemporary art by investigating the semiotics (study of signs and symbols) surrounding them in history and culture. “SAMA allows the audience to glimpse the aesthetics of the two regions, imagined as a collective continuum of different narratives that echo artists’ voices across continents and heterogeneous contemporary art practices,” says Mukherjee. “They also excavate now-rare and valuable forms of craftsmanship in Italy and India.” The project involved 50 artists from both countries, and includes names such as photographer-filmmaker Sheba Chhachhi, folk singer Parvathy Baul, multimedia artist Ranbir Kaleka, designer Andrea Anastasio, artist-choreographer Alessandro Sciarroni, and artists Rekha Rodwittiya, Marzia Migliora, Stefano Arienti, and Tanya Goel. Onir will begin shooting volume two in July/August, with the second film concentrating on abstraction, religion and how it encounters arts and aesthetics. Meanwhile, SAMA will travel to global film festivals, before releasing on an OTT platform'.


Quanto alla mostra, vi riporto di seguito il comunicato stampa diffuso da Fondazione Torino Musei:
 
'Hub India è una prolifica esplorazione degli innumerevoli registri che caratterizzano l’arte contemporanea del subcontinente indiano, una regione di estrema importanza nell’Asia meridionale e che sta svolgendo un ruolo sempre più rilevante nel mondo globale. Con la presenza di oltre 65 artisti provenienti da dieci delle più importanti gallerie e musei indiani, il progetto si profila come il più ampio e significativo dialogo che l’arte contemporanea indiana abbia intrattenuto con il mondo occidentale in tempi recenti. Hub India, a cura di Myna Mukherjee e Davide Quadrio, nasce come progetto per Artissima Internazionale d’Arte Contemporanea di Torino per poi espandersi in una mostra tripartita realizzata in collaborazione con Fondazione Torino Musei e con l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino. 

Maximum Minimum @Artissima
Artissima 2021, in collaborazione con Emami Art, presenta Hub India - Maximum Minimum, un nuovo focus geografico che intende offrire una ricognizione sulle gallerie, le istituzioni e gli artisti attivi in un’area d’importanza capitale. In uno spazio dedicato verranno presentati i lavori di gallerie e istituzioni indiane che offriranno una veduta d’insieme di una sorprendente cultura visiva che rispecchia le innumerevoli polarità, contraddizioni e dualità che compongono l’India. Dall’antico spiritualismo del paese al suo moderno materialismo, dal passato coloniale alla crescente centralità nell’economia globale e alla rapida urbanizzazione, dal dogma alla tecnologia, dal marginale al mainstream, dai monumenti storici all’architettura contemporanea, dal normativo al radicale, Hub India - Maximum Minimum presenterà una miriade di storie e rappresentazioni del subcontinente.
In collaborazione NATURE MORTE New Delhi – GALLERY ESPACE New Delhi – EMAMI ART Kolkata – AKAR PRAKAR Kolkata, New Delhi – ART ALIVE New Delhi – LATITUDE 28 New Delhi – SHRINE EMPIRE New Delhi.

Classical Radical @Palazzo Madama, MAO e Accademia Albertina
Classical Radical è una mostra in tre sedi che si sviluppa nelle sedi di Palazzo Madama – Museo Civico d’Arte Antica, del MAO Museo d’Arte Orientale e dell’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino. Classical Radical presenta opere indiane contemporanee e moderne che esplorano i lasciti del passato e l’antichità nel qui e ora sociologico. Come le opere d’arte contemporanee illuminano, complicano e si riappropriano dell’eredità? Come si pone l’arte contemporanea nel variegato panorama di religioni e storie, e quali residui di motivi, stili e idee sono sopravvissuti attraverso i millenni fino ai giorni nostri? Le opere selezionate rappresentano uno spaccato di generi, medium e processi che vanno dai disegni e dipinti alle miniature e sculture, terrecotte e metalli, dipinti su carta e su tela, stampe, incisioni e opere digitali e virtuali, in un tentativo di analizzare le eredità classiche e tradizionali attraverso una nuova lente. Una ricerca a tutto campo che offusca le polarità di religione, casta o razza, Asia ed Europa, figurazione e astrazione per costruire uno spettro ampio di voci che vanno dai maestri moderni e contemporanei alle avanguardie, passando per gli artisti indipendenti appena scoperti. Più stratificato e complesso di una panoramica, questo percorso espositivo offre una lente caleidoscopica che sposta la percezione e sfida la stasi in modi elaborati, evocativi e mai riduttivi. (...)
In partnership con Kiran Nadar Museum of Art (KNMA). In collaborazione LATITUDE 28 New Delhi – AKAR PRAKAR Kolkata, New Delhi – ART ALIVE New Delhi – EMAMI ART Kolkata – GALLERY ESPACE New Delhi – SHRINE EMPIRE New Delhi – NATURE MORTE New Delhi – SAKSHI ART Mumbai – JHAVERI CONTEMPORARY Mumbai – VADEHRA ART New Delhi – VOLTE Mumbai.

Palazzo Madama - Museo Civico d’Arte Antica | Disruptive Confluences (Confluenze perturbanti)
La mostra a Palazzo Madama esplora il sincretismo e l’ibridismo attraverso opere per la maggior parte tridimensionali che collegano e contrappongono la straordinaria collezione del museo con la storia del subcontinente indiano, suggerendo complicate storie di scambi commerciali e religiosi, dominazioni, residui imperialisti ed evoluzioni sincretiche. Dando vita a un immaginario ibrido, al tempo stesso velato e provocatorio, la mostra rivela narrazioni e rapporti da una prospettiva eurasiatica, ma capace di porsi in dialogo e creare riflessioni significative con i duemila anni di storia di un edificio, che concilia una porta romana con una corte medievale e una scalinata barocca. In questo evidenziandosi quale storico luogo di riflessione di contesti ed esperienze anche profondamente differenti, ma alla ricerca di matrici comuni per individuare nuovi assi di dialogo.
Artisti: Jayashree Chakravarty, Ranbir Kaleka, Manjunath Kamath, Tayeba Begum Lipi, Benitha Perciyal, G Ravinder Reddy, Himmat Shah, Gulam Mohammed Sheikh, Prasanta Sahu, Ayesha Singh, LN Tallur.

MAO - Museo d’Arte Orientale | Residues & Resonance (Residui & Risonanze)
La mostra al MAO comprende opere del rinascimento contemporaneo che iconizzano e al tempo stesso obliterano lo stesso classicismo a cui fanno riferimento. I lavori sono radicati in un’eredità che esamina stili tradizionali, scuole e generi e si spinge oltre per stabilire con essi una relazione, un dialogo. Mentre gli interessi sono mutati con i capricci del tempo, le forme di queste opere hanno conservato ossessivamente pattern simili, risonanti di residui del passato. (...) Uno dei punti forti della mostra è una sezione radicale di neo-miniaturisti che prendono a prestito le decorazioni evocative, stilizzate e gemmate dei tradizionali stili miniaturistici e dei dipinti vasli, sovvertendole per esplorare modi in cui espandere e smantellare il vocabolario di uno stile apparentemente insulare. Anche l’arte della Regione himalayana offrirà grandi suggestioni, grazie all’installazione di una serie di opere dell’artista Paula Sengupta dal titolo The plain of Aspiration, un progetto che parla della diaspora dei tibetani fuggiti dal loro paese in seguito alla partenza del Dalai Lama nel 1959 e del tentativo di conservare anche altrove, attraverso la memoria, il loro stile di vita e la loro cultura. I lavori di Sengupta attingono fortemente alla tradizione dell’artigianato tessile e al simbolismo religioso tibetani e, nelle gallerie del MAO, vengono accostate alle opere della sezione dedicata alle copertine lignee intagliate.
Artisti: Waseem Ahmad, Khadim Ali, Anindita Bhattacharya, Sakti Burman, Sudipta Das, Priyanka D’Souza, Baaraan Ijlal, Manjunath Kamath, Puneet Kaushik, Samanta Batra Mehta, Piyali Sadhukhan, Paula Sengupta, Yugal Kishore Sharma, Nilima Sheikh, The Singh Twins, Waswo X Waswo.

Accademia Albertina di Belle Arti | Multitudes & Assemblages (Multitudini & Assemblaggi)
La traiettoria delle arti visive in India è caratterizzata da molteplici transizioni; abbraccia e interiorizza i discorsi più ampi del colonialismo, del nazionalismo e del modernismo internazionale. Si relaziona con le tradizioni visive alla luce del postmodernismo e cerca di legittimare la propria posizione nell’arena contemporanea della produzione d’arte. Narrazioni multiple si snodano simultaneamente, come elementi tattili che si rifiutano di perdere la loro realtà, presenza, velocità, calore o umidità, come incongrue testimonianze di un punto focale in un allestimento che mira a presentare una molteplicità di possibilità. Evocando più la nostalgia che la storia, queste voci si levano a volte all’unisono e a volte in una reciproca tensione, ai lati opposti del tempo, come uno specchio, ribaltando lo sguardo su un familiare ma radicale pastiche di liberazione, ecologia, urbanizzazione, migrazione, femminismo, genere, soggettività e sensazione.
Artisti: Harshit Agrawal in collaboration with 64/1, Amina Ahmed, Chandra Bhattacharjee, Sakti Burman, Sheba Chhachhi, Jogen Chowdhury, Sudipta Das, Priyanka D’Souza, Tanya Goel, Laxma Goud, Ganesh Haloi, Manjunath Kamath, Puneet Kaushik, Bharti Kher, Martand Khosla, Neerja Kothari, Balbir Krishan, Rahul Kumar, Tayeba Begum Lipi, Shruti Mahajan + Ravindra G. Rao, Paresh Maity, Debasish Mukherjee, Dr.Uttam Pacharne, Manish Pushkale, Mona Rai, Vajay Raut, Rekha Rodwittiya, Debanjan Roy, Prasanta Sahu, Wardha Shabbir, Shailesh BR, Shambhavi, Gulam Mohammed Sheikh, Nilima Sheikh, LN Tallur, Gopa Trivedi. (...)

Hub India è un progetto di Arthub & Engendered presentato in partnership con Indian Council for Cultural Relations (ICCR), Kiran Nadar Museum of Art, Fondazione Torino Musei, Artissima, Emami Art, Palazzo Madama, MAO e Accademia Albertina. Con il sostegno di Ambasciata d'Italia a Nuova Delhi, Istituto Italiano di Cultura di Nuova Delhi (IIC), Consolato Generale dell’India a Milano, Città di Torino'. 


Hub India, Classical Radical, Manuela De Leonardis, Il Manifesto, 11 dicembre 2021:
'Ma quante storie non dette si celano dietro l’apparenza, per lo più tra le mura domestiche in una società patriarcale. Dare voce a quel mondo sommerso attraverso la trascrizione grafica delle onde sonore, utilizzando le vibrazioni del rosso e dell’azzurro - due colori dalla forte valenza simbolica - è una priorità per (Piyali) Sadhukhan che va ben oltre la ricerca estetica. A dare forza al gesto dell’artista femminista di Calcutta (...) c’è (...) l’utilizzo di migliaia di braccialetti di vetro rotti e riassemblati sulla tela. (...) 
Questa stimolante kermesse guarda al subcontinente senza divisione di confini, India, Pakistan, Bangladesh e regione himalayana, coinvolgendo artisti multidisciplinari (...) e numerose gallerie, soprattutto di New Delhi, Calcutta e Mumbai, tra cui la storica Nature Morte di Peter Nagy. (...)
Denso di spunti critici, il dialogo tra queste opere contemporanee e le antichità dei musei torinesi crea un ulteriore corto circuito visivo, come nella sala di Palazzo Madama con le sue pareti damascate e la profusione d’oro zecchino quando ci si imbatte nella toeletta di Tayeba Begum Lipi (1969), artista del Bangladesh e co-fondatrice di Britto Arts Trust con cui parteciperà a documenta15. Al di là della patina di apparente leziosità, Once Upon A Time svela un messaggio neanche troppo implicito, con le centinaia di lamette da barba d’acciaio inossidabile che rappresentano non solo un pattern ma la struttura stessa del lavoro. Una tensione che strizza l’occhio alla materia portando l’osservatore a riflettere su questioni di genere, così come nelle sculture di Manjunath Kamath (Mangalore 1972) dove la violenza è percepibile nell’atto stesso di ricucire vecchie cicatrici nella formulazione di una nuova versione degli idoli in cui gli strati di terracotta, ceramica, cemento e acciaio sono come pagine di storia. 
Analizza l’ambiente rurale l’artista Prasanta Sahu (1968), incentrando su questo tema il progetto Mapping craters (2020-21): un’installazione di 60 calchi negativi in gesso, numerati, che ricordano i reperti archeologici. In questo archivio (sono presenti anche disegni, acquarelli e fotografie) offerto come cibo su una tavola imbandita, c’è la documentazione di un intero anno che l’artista ha trascorso fianco a fianco con un contadino senza terra nel villaggio di Amdahara Birbhum (Bengala orientale). Ritroviamo l’impronta degli attrezzi che sembrano arcaici ma vengono usati tuttora, dei cibi, di frutta e verdura, dei cibi, presenze rese visibili attraverso l’assenza. Una metafora del lavoro, del tempo e della fatica di chi coltiva e produce gli alimenti destinati alla collettività, che non compare nello scenario più ampio delle politiche del cibo. Per Prasanta Sahu che vive a Santiniketan (lì dove il poeta Tagore creò, nel 1901, una scuola a contatto con la natura nell’eremo fondato quarant’anni prima da suo padre Devendranath, sostenitore della modernizzazione del Bengala) questo approccio analitico serve a sottolineare il grande contrasto - l’incomunicabilità totale - tra i due mondi, rurale e urbano, della società indiana. 
Contrasti che investono anche altri aspetti sociali come è evidente negli stendardi ricamati, The plain of Aspiration (rivisitazione delle tangka tibetane) in cui Paula Sengupta (1967) porta la vita di tutti i giorni, così come l’artista pakistano Waseem Ahmed (1976) che con un’ironia sottile affronta nelle sue miniature i conflitti religiosi e politici.
Richiamano alla memoria le antiche miniature anche le fotografie seppiate della serie A Visitor to the Court su cui Waswo X. Waswo (1953) è intervenuto dipingendo elementi decorativi colorati che le rendono pezzi unici. Nell’autoproclamarsi erede della raffinatissima cultura moghul, il fotografo-scrittore (autore di India Poems: The Photographs, 2006) crea delle mise-en-scène in cui gioca sullo stereotipo dell’orientalista, ribaltando così quel rapporto di potere costruito dall’immaginario europeo del mondo «altro» (l’Oriente)'.