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18 novembre 2022

AMITAV GHOSH: LA MALEDIZIONE DELLA NOCE MOSCATA


Un mese fa Amitav Ghosh era in Italia per presentare il suo ultimo lavoro, La maledizione della noce moscata, pubblicato da Neri Pozza Editore (clicca qui). Vi segnalo la recensione del volume redatta da Elena Spandri e pubblicata da Il Manifesto il 13 novembre 2022: Amitav Ghosh, in ascolto di un seme a forma di pianeta. Di seguito un corposo estratto:

'Chi è familiare con la scrittura di Amitav Ghosh sa bene che l’invenzione narrativa, alimentata da una approfondita ricerca storica, antropologica e scientifica, è da sempre il perno della sua militanza critica. Attraverso storie appassionanti di personaggi e luoghi, lo scrittore più cosmopolita della diaspora indiana ammette i lettori nel proprio laboratorio, per coinvolgerli ma soprattutto per scuoterne le certezze e allargarne le prospettive sulle grandi questioni del nostro tempo. Il saggio appena uscito per Neri Pozza, La maledizione della noce moscata, (...) alza ulteriormente la sfida, parlando di cambiamento climatico in rapporto al colonialismo e al nuovo ordine globale, attraverso la storia di una pianta. 

Recluso tra le quattro pareti dello studio di Brooklyn «in un vago stato di intontimento e dissociazione», mentre la moglie assiste il padre malato in Virginia e il coronavirus ostenta il suo potere sull’umanità, Ghosh ritrova per caso degli appunti di un viaggio in Indonesia nel corso del quale si era imbattuto in un volume ottocentesco sulla colonizzazione delle isole Banda, che riportava un massacro della popolazione locale perpetrato dalla Compagnia olandese delle Indie orientali nel XVII secolo. Non conoscendo l’olandese, comincia a leggere il testo compulsando le parole con un programma di traduzione; fino a quando, conquistato dall’argomento, decide di contattare uno storico dell’Asia che gli fornisce un glossario dei termini arcaici e dei loro corrispettivi moderni. 

«Ben presto fu come se due entità non umane, internet e il coronavirus, entrambi operanti su scala globale, si fossero riunite per creare un portale fantasmatico e trasportarmi, attraverso lo spirito di un olandese defunto da secoli, alle isole Banda in quella notte del 21 aprile 1621». Da quel momento epifanico, l’albero della noce moscata diventa il fil rouge di una estesa riflessione sui nessi tra la colonizzazione dell’Asia e delle Americhe e il trauma del cambiamento climatico, ovvero la maledizione di un modello di sviluppo capitalistico basato su un «individualismo patologico». (...)

A fronte della corsa allo spazio caldeggiata dai magnati della terra nell’intento di sfuggire all’incipiente estinzione della specie umana, la suggestiva vicenda di questa pianta esotica e resiliente diventa una «parabola di umiltà» attraverso cui predisporre la mente all’ascolto di voci non umane, silenziate da secoli di «capitalismo estrattivista». Finché Gaia, la «Terra vivente», non si è ridotta a mero «deposito inerte di risorse». (...) Con toni sempre più perentori e apocalittici, il libro mette al bando la concezione meccanicistica della natura ereditata dal razionalismo occidentale e sollecita tutti a un atto di fede nella possibilità di recuperare quella percezione del vitalismo terrestre che è stata cancellata dalla memoria collettiva, dopo secoli di «terraformazione» coloniale, sopravvivendo soltanto presso culture -  come quella dei nativi americani - brutalmente sospinte ai margini della modernità.

«Ciò che la Terra ha realmente esaurito non sono le risorse ma il significato. Sconfitta, inerte, passiva, la Terra non è più in grado di nobilitare, né dilettare né produrre nuove aspirazioni. L’unica cosa che può produrre nelle mente di chi crede di averla conquistata è il disprezzo che nasce dalla familiarità». Non stupisce la nettezza con la quale il saggio imputa alla cultura protestante e alla letteratura inglese un ruolo determinante nella diffusione dell’idea che «l’empatia e la socievolezza sono garbate finzioni che non reggono in circostanze estreme, quando emergono realtà primordiali quali l’egoismo e l’aggressività». 

Tuttavia, il senso di questa scrittura va oltre la denuncia dei misfatti della Storia: la noce moscata, infatti, non compare soltanto nella veste di una merce preziosa che ha scatenato un genocidio ed è sopravvissuta all’agrobusiness imposto dagli ingegneri europei su un minuscolo lembo di Asia. Nelle esperte mani di Ghosh, la vicenda della spezia più ambita del diciassettesimo secolo diventa traccia vocale della pianta dalla quale è derivata, una traccia che l’autore ha colto e tradotto nel linguaggio umano, dando seguito a un programma di re-incantamento della natura attraverso l’immaginazione creativa (annunciato nella Grande cecità e già realizzato nelle opere recenti), che è tanto necessario al benessere collettivo quanto ad alto rischio di fraintendimento e di cooptazione da parte di «ecofascismi» che utilizzano l’ambientalismo per rafforzare le gerarchie sociali e rendere chi sta ai margini sempre più invisibile. 

Ghosh ne è pienamente consapevole, ma è altrettanto convinto che valga la pena correre il rischio. Cresciuto nell’alveo di una cultura politeistica che concepisce gli dei «come intermediari spirituali tra l’umano e il non umano», e in aperta polemica con un’Anglosfera che ha fatto un dogma «dell’idea che l’egoistico conseguimento degli interessi individuali sia un tratto universale della natura umana», Ghosh (...) riesce a far coesistere materialismo e spiritualismo, pragmatismo e vitalismo, con la stessa disinvoltura con la quale abita molteplici mondi'. 

Progetto Scienza 2022 Le Nostre Domande

Aggiornamento del 16 giugno 2023: nel novembre 2022 lo scrittore partecipò alla prima puntata, registrata all'università di Padova, del programma Progetto Scienza 2022 Le Nostre Domande di Rai Cultura. Video.

17 gennaio 2022

LA VERSIONE DI BOLLYWOOD


Vi segnalo un succulento articolo dedicato ai remake hindi di film internazionali: La versione di Bollywood, di Andrea Lanza, pubblicato da Il Manifesto il 15 gennaio 2022. Di seguito riporto un estratto:

'Vedere un film fatto a Bollywood è un’esperienza sensoriale e visiva non indifferente, al pari di una scorpacciata di dolci coloratissimi e gustosi, da Mille e una notte. Il cinema indiano made in Mumbai è famoso in tutto il mondo per i suoi eccessi, unico in quel mix roboante di musica, balletti e trame più disparate. (...) A Bollywood scorre a fiumi il ritmo, e tutto, anche un amplesso esagitato, ha la stessa movenza di un ballo. Pazzo, senza dubbio, scriteriato, anche, ma sicuramente delizioso con possibilità di dipendenza.
Bollywood, fusione di Bombay e Hollywood, è un’industria cinematografica che macina ogni anno film su film. Nasce ufficialmente il 3 maggio 1913, quando uscì nelle sale indiane Raja Harishchandra, un film muto basato sulla vita leggendaria di re Harishchandra e diretto da Dadasaheb Phalke. Da lì fu una strada in salita verso un linguaggio sempre più particolare, irripetibile nella storia del cinema mondiale, esportato in tutto il mondo ma difficilmente imitabile. Segno distintivo dei film bollywoodiani sono le ambientazioni colorate, la trama drammatica e i protagonisti che si corteggiano cantando. Sono famosi anche per le elaborate coreografie, ispirate sia ai musical hollywoodiani degli anni Trenta, Quaranta e Cinquanta, sia alle danze indiane. In India si vendono oltre 3 miliardi di biglietti all’anno: non sorprende che le star del cinema indiano vengano adorate come divinità. (...)
Caratteristica delle produzioni di questa industria è il pastiche di umori locali con una voglia di raccontare internazionale, un’esigenza che non poteva non creare dei remake di successi (ma anche di film non famosi) esteri. Vi è piaciuto Tutti pazzi per Mary? Beh, a Bollywood ne esiste una versione musicale! Questo perché anche i rifacimenti indiani hanno tutti quella strana voglia di ballare. Ne abbiamo trovati di bizzarri, inaspettati, la maggior parte pellicole che in Italia, purtroppo o per fortuna, non sono mai arrivate, ma che racchiudono all’interno canzoni, colori e coreografie così scatenate da far impallidire il Moulin Rouge di Baz Luhrmann. Col dubbio (lecito): e se fossero migliori degli originali?
L’INIZIO

Il primo remake made in Bollywood di un’opera straniera arriva nel 1966: Kohraa ossia Rebecca, la prima moglie. (...) Questo thriller, ovviamente musicale, di Biren Nag non è per niente male. La storia, tratta da un romanzo di Daphne du Maurier, è fondamentalmente la stessa: una donna fresca di matrimonio scopre che il fantasma della prima moglie di suo marito infesta ancora la loro casa. A rendere Kohraa un buon remake ci pensa un’ottima fotografia, un’atmosfera molto cupa e minacciosa, e un gruppo di attori convincenti, tra i quali spicca Lalita Pawar, nel ruolo di una sinistra governante. Le canzoni sono abbastanza gratuite, soprattutto per un pubblico occidentale non abituato al repentino passaggio tra parti cantate e musicate, specialmente per un genere asciutto come quello thriller. Se ci si fa l’abitudine però il risultato ha un certo fascino weird. Il produttore di questo film, Hemant Kumar ha composto tutti i brani musicali, tra i quali Ye Nayan Dare Dare e Raah Bani Khud Manzil. (...) A spiccare per atmosfera, un misto tra musica dolce e raccapricciante, è Jhoom Jhoom Dhalti Raat, cantata da Lata Mangeshkar, litania che riemerge nelle parti più angosciose della pellicola, quelle che vede la bella Waheeda Rehman aggirarsi tra le stanze del maniero mentre la nebbia (da qui il titolo Kohraa) sale e il fantasma della prima moglie emerge da essa, mai ripresa integralmente come in un gotico di Mario Bava o Roger Corman. A leggere i commenti su Internet sembra che questa canzone sia molto amata dai fan indiani («C’è una ragione molto reale per cui queste melodie inquietanti sono state cantate esclusivamente da Lata. È l’unica voce talmente bella da darti i brividi!», «Una delle canzoni più inquietanti, che ascolto quasi quotidianamente da circa 50 anni», «È terrorizzante»). Rebecca, la prima moglie vanta molti rifacimenti, più ispirati a Hitchcock che al libro di Daphne du Maurier, ma uno dei migliori, quello con più atmosfera, a un passo dall’horror, è senza dubbio questa pellicola di Biren Nag, un gioiello tra i remake di Bollywood.

DIECI ANNI

Per aspettare di vedere un altro remake bisogna attendere più di dieci anni quando nel 1977 esce Inkaar, rifacimento di un capolavoro anni Sessanta di Akira Kurosawa, Anatomia di un rapimento. (...) Siamo in campo noir, la regia di Raj N. Sippy, alla sua prima prova, è più attenta al ritmo che alla tecnica, rozza ma comunque efficace. Inkaar vive di colori, vivaci e da fumetto, e di una certa brillantezza sia nelle scene d’azione che nei momenti musicali, tra i quali il migliore, e il più celebre, è il pezzo di danza all’interno di un bar malfamato. È lì che brilla, con vestiti degni di un caleidoscopio, gonna e camicia che lasciano libero il ventre perfetto, la ballerina Helen, (...) capace di ammaliare i peggiori criminali sulle note della hit O Mungada Mungada cantata da Usha Mangeshkar. Le sue movenze sexy e armoniche culminano nel momento che vede la danzatrice in mezzo ai malviventi, ancheggiando spavalda, con in mano una bottiglia che versa addosso ai suoi avventori. 
Da lì è una sequela di remake, non ufficiali, quasi da contrabbando, contraddistinti sempre da un grande ritmo nel confezionare le immagini che rende molte volte questi pachidermi cinematografici, dalla durata sempre superiore alle due ore, cugini dei videoclip.

MODELLO ITALIA

In meno di 25 anni, lanciati verso il nuovo millennio, i rifacimenti di film esteri sono tanti e vari, alcuni incredibilmente di pellicole minori anche italiane. È il caso di Ladies Hostel, oscuro remake, anche in patria, di Aenigma del nostro Lucio Fulci, horror del 1987 girato a Sarajevo dal piccolo budget ma dalle grandi idee. Questa pellicola, filmata con una precisione alla Gus Van Sant di riproposizione fedele dell’originale, scena per scena, arriva tre anni dopo, e su siti come Imdb, la bibbia virtuale per cinefili, se ne conoscono pochi dettagli: la scheda è lacunosa e senza nessuna recensione. A girarlo è Ramesh Kumar, alla sua prima e, sembra, unica prova, surclassando i nudi presenti nel film originale e tagliando la sua scena clou, un assalto di lumache voraci sul corpo svestito di una giovane e sfortunata studentessa. La trama è la stessa: una ragazza, vittima di uno scherzo crudele delle compagne di scuola, finisce in coma, ma con i suoi poteri si vendicherà del sopruso. Ramesh Kumar si rivela un buon esecutore, ripete i virtuosismi del maestro italiano, e, come tradizione indiana vuole, conferisce alla storia un ritmo che il modello, lento e meditativo, non aveva. La scena migliore mostra, con un montaggio concitato, simile stavolta a un altro Fulci, Murderock, gli occhi spalancati della protagonista mentre le compagne di scuola si lanciano, mani in alto e scaldamuscoli alla Flashdance, in una danza scatenata davanti al professore di ginnastica. Musica elettronica, luci stroboscopiche, melodie che intervallano il tipico motivo arabeggiante dei canti di Bollywood, rendono questo segmento, inedito e azzardato, la parte più coinvolgente di un’opera che meriterebbe una riscoperta e una dignità che l’oblio non gli ha dato. Tre sono le canzoni, scritte da Brij Bihari e cantate con energia da Kavita Krishnamurthi: Husn Ka Yeh Mela, Chandani Raat e Dil Hai Mera Ghayal, tutte molto efficaci e orecchiabili.
OPERA INFINITA

Ladies Hostel però non sarà il primo remake di un film di Lucio Fulci: nel 1991, un anno dopo Ladies Hostel, viene girato 100 Days, opera più fortunata della precedente, e rielaborazione di un thriller del regista romano, Sette note in nero del 1977. La storia vede una giovane donna, Devi (Madhuri Dixit, regina del cinema indiano), alle prese con una serie di premonizioni riguardanti un caso di omicidio. Se il film originale è un piccolo capolavoro, lo stesso è 100 Days, un’opera dalla durata infinita (ben 141 minuti), intervallata da buonissime canzoni, ma con un’atmosfera assolutamente originale, debitrice dei cromatismi del Dario Argento di Suspiria. Gli attori sono tutti eccellenti, c’è grande alchimia tra la bellissima Madhuri Dixit e il suo partner Jackie Shroff, e la regia di Partho Ghosh è stilosa, avvincente, grintosa nei momenti onirici e macabri, come una grande scena d’azione ambientata in una discarica. Le musiche sono firmate da Vijay Patil (Sun Beliya, Gabbar Singh Yeh Kehkar Gaya, Le Le Dil De De Dil, Pyar Tera Pyar, Tana Dere Na Tana Na De, Sun Sun Sun Dilruba) e cantate in gran parte da Lata Mangeshkar e S.P. Balasubrahmanyam che doppiano i protagonisti durante le canzoni. I balli sono strepitosi, ricordano le coreografie di Patricia Birch per Grease: movimentate, spiritose e con un grande senso del ritmo. 100 Days vive due anime, una orrorifica, l’altra più buffa, ma incredibilmente riesce ad amalgamare perfettamente questa discrasia in un prodotto perfetto e unico, tanto che lo stesso Lucio Fulci sembra fosse orgoglioso di questo remake.

VIA I NUDI

Fino al 2001, sugli schermi indiani, si intensificano le risposte non ufficiali di Bollywood ai successi stranieri: vengono rifatti, tra i molti altri, Sette spose per sette fratelli, Non guardarmi: non ti sento, La mano sulla culla, La guardia del corpo, Com’è difficile farsi ammazzare, Mrs. Doubtfire, Il matrimonio del mio migliore amico e Léon.
Tra questi, tutti di buonissima fattura e grande creatività, spicca Pehla Nasha, risposta azzardata a un capolavoro postmoderno come Omicidio a luci rosse di Brian De Palma. Rifarlo migliore sarebbe stato impossibile, un po’ come capitò per Rebecca, la prima moglie, ma l’opera di Ashutosh Gowariker è così briosa e piena di ritmo da risultare convincente. Ovviamente Pehla Nasha è edulcorato rispetto all’opera originale: abbiamo sì un protagonista guardone, (...) ma via gli accenni all’industria pornografica e soprattutto via i nudi che resero celebre Melanie Griffith, qui sostituita dalla più morigerata Raveena Tandon, attrice indiana di rara bellezza. Tutte le canzoni sono scritte dal paroliere Anand Bakshi e musicate dal duo Neeraj Vora & Uttank Vora: sei brani (Mr. Zero Ban Gaya Hero, Aaj Raat Bas Mein, Tu Hai Haseena, Main Hoon Deewana, Sun Ke Yeh Fariyad Main Aa Gayi Hoon, Nadiya Kinare Dil Yeh Pukare e Pyar Ki Raat), tutti abbastanza disimpegnati ma molto orecchiabili.

NUOVI APPROCCI

Bollywood, come visto, è un’industria fiorente: tanti i film originali ma tanti, e di successo, anche i remake. Dal 2001 però il modo di approcciarsi ai film stranieri cambia: per la maggior parte delle volte si smette di plagiare, ma si pagano proprio i diritti alle case produttrici, con la conseguenza che, a differenza di un Judwaa che clona Twin Dragons con Jackie Chan, ora si parla proprio di rifacimenti ufficiali. Il problema della non originalità di molte opere indiane era stato smentito negli anni anche davanti all’evidenza: Pyaar To Hona Hi Tha, evidente rip-off di French Kiss con Meg Ryan, vanta da parte dei suoi autori una presunta originalità. Il problema però, per assurdo, è che, liberi dall’accusa di plagio, i nuovi remake di Bollywood sono più spenti, meno creativi, a volte risultando soltanto una mera copia musicale di film occidentali. Anche il livello di follia dei vari balletti è meno marcato così come molte delle musiche risultano poco esaltanti, già sentite e figlie di un effimero gusto modaiolo degli spettatori più giovani.
Il film che più di ogni altro risente di questa inversione creativa è il mastodontico Ek Ajnabee, pellicola del 2005 che «remakizza» ufficialmente Man on Fire di Tony Scott di un anno precedente. Le cose si fanno stavolta alla luce del sole: la conferenza stampa si tiene a New York con la crew e il cast alla presenza di celebrità internazionali del pari di Naomi Campbell, Matthew Broderick e Sarah Jessica Parker. Non più ispirato a, ma la versione indiana di, una sottile differenza che regala sì dignità all’industria di Bollywood, non più relegata alla nomea di mercatino delle pulci cinematografico, ma che dall’altra ammazza la creatività, forse per paura di tradire il modello non avendo più la necessità di un trasformismo gaglioffo. Ne deriva che Ek Ajnabee è un ottimo film, girato molto bene da Apoorva Lakhia che fa suo anche lo stile schizofrenico di Tony Scott. Senza dubbio siamo davanti a un action dal sapore internazionale, interpretato da un efficace Amitabh Bachchan, gelido e fragile come Denzel Washington nel film originale. Il problema è che stavolta non è una pellicola derivata con fantasia da un’altra, è proprio Man on Fire, stessi dialoghi, stesse situazioni con l’aggiunta di balletti meno gratuiti del solito. La musica spazza dall’hip hop indiano all’elettronica da discoteca, tutto molto modaiolo ma meno brillante della colonna originale che spaziava dai Nine Inch Nails a Chopin. Ek Ajnabee è un film stranamente più corto, meno violento e con un finale nuovo, forse la parte migliore, con un combattimento concitato tra Amitabh Bachchan e il rapitore della sua figlioccia, che presuppone un happy end al posto dell’amaro epilogo della pellicola di Scott.
Giunge spontaneo però, a questo punto, chiedersi: a che cosa serve vedere una pellicola di Bollywood se ripropone pedissequamente lo stesso schema del modello estero? Quello che rendeva grandi pellicole come 100 Days o Inkaar era appunto il riuscire a ribaltare le aspettative: la storia era quella che si conosceva ma poi regista e sceneggiatore svirgolavano in sottotrame inaspettate e in balletti stupefacenti. (...) Quella meravigliosa età dell’oro del cinema indiano, dal 1966 al 2001, che ha conquistato fan di tutto il mondo con quell’alchimia magica tra suoni, musica e storie conosciute, stravolte ma adorabili.
Questo però non ha fermato l’industria di Bollywood che, in questi ultimi anni, ha cannibalizzato cult movie del pari de Il padrino, Harry Potter o Le iene, sempre con l’idea distorta di essere carta carbone musicale dei film originali con però la maglia della censura indiana che non permette baci tra gli attori, solo strusciamenti. Esemplare il caso di Mast con Aftab Shivdasani e Urmila Matondkar, flop clamoroso in India, che vorrebbe rifare Notting Hill ma senza effusioni romantiche tra i suoi protagonisti. Non sono più successi eclatanti questi rip-off, tanto che, proprio in questo periodo, si sono notevolmente assottigliati di numero, non solo causa Covid. Tra il 2021 e 2022, usciranno appena due titoli: Looop Lapeta, remake di Lola corre, (...) già rifatto nel 2003 con Ek Din 24 Ghante, (...) e l’atteso Laal Singh Chaddha di Advait Chandan ovverosia Forrest Gump in versione Bollywood'.

21 dicembre 2021

HUB INDIA


Mi era sfuggito ma ve lo segnalo ora. Il 5 novembre 2021, all'Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, era stata inaugurata la mostra Hub India, allestita sino al 9 gennaio 2022 presso quattro sedi (Accademia, Museo D'Arte Orientale e Palazzo Madama; sino al 7 novembre 2021 nell'ambito di Artissima). Alle ore 17.00 era stato proiettato il documentario Sama: Symbols and gestures in contemporary art practices. Italy and India vol.1, diretto da Onir.

Onir presenta così la sua opera: 'It is a film installation that explores the exciting world of Contemporary Art in both the Indian sub-continent and in Italy, and develops an emotional bridge between the two countries, as an example of the historical-cultural and socio-economic extremes of the Euro-Asian continent'. Trailer.
Nel comunicato stampa diffuso da Fondazione Torino Musei, si legge: 
'Un documentario visionario e pionieristico che, attraverso una moltitudine di voci, esplora il mondo dell’arte contemporanea e dell’artigianato nel subcontinente indiano e in Italia. In questa prima “puntata”, un novero di artisti italiani contemporanei, tra cui Stefano Arienti, Alessandro Sciarroni, Sissi, Marzia Migliora tra gli altri, si alternano ad altrettanti artisti indiani, come Sheba Chhachhi, Tanya Goel, Rekha Rodwittiya e Ayesha Singh, offrendo al pubblico uno spaccato dell’estetica delle due regioni che mette in luce il rapporto tra tradizione e modernità, le pedagogie dell’Oriente e dell’Occidente, il genere, le archeologie e le politiche del tempo; i temi della migrazione, dell’esilio, del tempo e della memoria; la religiosità e il sincretismo e le specificità regionali nell’era della globalità. Sama: Symbols and gestures in contemporary art practices. Italy and India è un progetto di Myna Mukherjee e Davide Quadrio, diretto in India da Onir e scritto da Alessandra Galletta. (...) Il film è commissionato e prodotto da Arthub, Engendered, Ambasciata d'Italia a Nuova Delhi, Istituto Italiano di Cultura di Nuova Delhi (IIC) e Indian Council for Cultural Relations (ICCR)'.


RASSEGNA STAMPA (aggiornata al 4 febbraio 2022)

- Hub India, Classical Radical, Manuela De Leonardis, Il Manifesto, 11 dicembre 2021: 'Il documentario raccoglie oltre cinquanta interviste ad artisti e intellettuali del subcontinente indiano e italiani, delineando una mappatura parallela incentrata sul significato di eredità culturale, identità, emigrazione, religione, stile, materia, tradizione, artigianato, globalizzazione. «Un esercizio di ricerca innescato da semplici domande che abbiamo posto agli artisti: come l’arte contemporanea preserva il passato, lo trasforma, lo contiene, lo osteggia?» – spiega Quadrio – «Cosa può dire ancora l’arte contemporanea? Cosa possiamo fare?»'.
'The first volume of the Indo-Italian documentary film project on contemporary art, which has been in the making for over a year, is now complete. (...) Directed/scripted by National Award-winning filmmaker Onir, (...) the documentary film was screened in the Capital earlier this week. SAMA has been shot at over a dozen locations, and features over 50 artist studios and artisan centres spanning the length and breadth of the two countries nomadically: from the white salt deserts of the Rann to the waterways of the Sundarbans and Dal Lake in India, the mountains of Dolomiti to the historicity of Venice in Italy. Sama, which means ‘similar’ in Sanskrit and Latin languages, is commissioned and produced by ArtHub Asia, Engendered, presented by The Embassy of Italy in India, and The Italian Cultural Institute of New Delhi and supported by the Indian Council for Cultural Relations. (...) On the occasion, Vincenzo De Luca, the Ambassador of Italy to India, said: “The documentary underlines the parallels between Italy and Indian history. It’s an important piece of work with great potential.” The hour-long film explores the world of contemporary art in the Indian sub-continent as well as in Italy and lends context by investigating the signs and symbols surrounding them in history and culture. It offers a glimpse into the aesthetics of the two regions, while also excavating rare forms of craftsmanship. In that sense, it develops an emotional bridge between the two countries, which despite their differences and complexities, share a common ancestral connection. It also features art historians, experts, and critics. The film will now have its run at film festivals globally before releasing on an OTT platform in India. Other volumes of the film are in the pipeline, whereas the second volume is expected to release by early 2022'.


- Because India and Italy are good together, Sucheta Chakraborty, Mid-Day, 9 gennaio 2022:
'“ Italy and India have this long history of the very old as well as the very new,” says Myna Mukherjee. (...) Indian and South Asian art often occupies a static, exotified space in the international forum, feels Mukherjee, restricted into exclusive categories like classical or spiritual. “I always say that there is no one story to be said about India. If someone wants to engage with a civilisation that’s this old and has so many epicentres for culture, they have to be willing to embrace its complexity.” Working with [Davide] Quadrio, who has substantial experience with Asian cultures, having worked in China for 25 years, Mukherjee who has lived in the US for over two decades says there was trust, as “both of us had lived outside our respective countries and faced a kind of representational glitch from opposite ends of the spectrum.” (...) 
[Sama] is shot in over a dozen locations and features over 50 artist studios and artisan centres across Italy and India. (...) This research-based travel covered almost six months in India and two months in Italy in the middle of the pandemic. “Because it was during COVID times, we had access to a lot of artists who would otherwise be busy with exhibitions and travel,” says Mukherjee.
“It was an intimate, personal and profound project, for which we were able to have this moment of concentration,” agrees Quadrio. Both for an exhibition at Artissima and later the film, the project used a wide and diverse range of artistic voices from the very well-known to the comparatively younger, based both within and outside metropolitan cities, and working with global and local reference points. The focus was both on “what remains from history and also how the contemporary can help preserve but also carry on with traditions,” he says. “In that sense, we found that Italy and India were good together.”
Moreover, one of the most important things the film aims at, Mukherjee points out, “is the idea of demystifying the east while imbuing the west with more soul, so also reversing the colonial eye for art, while making sure that the reference point for pedagogies is not just the west.” With other volumes in the pipeline and a second edition slated for release early next year, the project is decidedly ambitious. “The amount of work that’s been put in and the volume of material that we have is unprecedented,” admits Quadrio. “It’s a project that is alive and can go on. Some of the conversations we had are already beautiful films in themselves.” (...)
For Onir, while this was an opportunity to rediscover this world of art and be on journey of finding artists, their work and connections, the project also provided an intellectual release and energy in the middle of the pandemic. His presence, he says, was also a way to explore how someone outside this world of art would experience it. “The real discovery happened at the editing table,” he shares.  “Shot in India first, the material was then sent to Italy; the Italian part of the filming done keeping in mind what had already been shot here. It’s such an effortless experience. You go from one world to another without even realising that you have done so”.'

Sama

- ‘SAMA’: Discovering India and Italy’s artistic parallels, Georgina Maddox, The Hindu, 4 febbraio 2022:
'“It isn’t a technical documentary, but a journey of experiencing and understanding the long history of art in the context of nature, culture, tradition,” explains Onir. (...) “For me, the beauty is in finding threads that are diverse while having a commonality because that is what humanity is all about.” It is like poetry, he adds, “where you use different languages to convey the same emotion. You see nature, tradition, patterns, forms and colours of, say, Kashmir resonate [with those] in Gujarat, while being different. This has changed the way I see form and design, and will affect the way I shoot films.”
Bridging conversations
Sama means ‘similar’ in Sanskrit and Latin - making it an apt title for the film and the intention behind it. Steered by cultural producers and curators Myna Mukherjee and Davide Quadrio, the film started as a deeper investigation into sensibilities that were first touched upon by the duo in their 2021 exhibition at Artissima. “I was already collaborating with Davide and it made sense to look at India and Italy because they are at the two ends of an artistic ‘trail’ of Asia and Europe,” says Mukherjee. “The artists we interviewed are in constant conversation with the very new and very old, and both countries have a long history of aesthetics that draw upon classical traditions and bring them in dialogue with contemporary styles.” The 70-minute film (...) was screened a little over a month ago for a select audience at the Italian Cultural Institute in New Delhi. As the audience tracked the slow movement of a shikara across Kashmir’s Dal Lake, the rising waters of Venice, the vigorous performance of an Italian dance troupe cut by a shot of an impassioned Bengali Baul singer, they also entered the quiet studios of artists in India and Italy, talking about their work and their process: from Italian glass sculptures to gorgeously painted Indian contemporary canvases, helping them connect the dots that is our cultural inheritance. “I have always been interested in the arts, but since I left Kolkata and [moved to] Mumbai to work in Bollywood, I lost touch with it,” shares Onir. “So, when Myna got in touch with me for this project, I immediately said yes. It was a way of exploring different art forms, meeting artists, and travelling.”
A collective whole
The film lends context to Indo-Italian contemporary art by investigating the semiotics (study of signs and symbols) surrounding them in history and culture. “SAMA allows the audience to glimpse the aesthetics of the two regions, imagined as a collective continuum of different narratives that echo artists’ voices across continents and heterogeneous contemporary art practices,” says Mukherjee. “They also excavate now-rare and valuable forms of craftsmanship in Italy and India.” The project involved 50 artists from both countries, and includes names such as photographer-filmmaker Sheba Chhachhi, folk singer Parvathy Baul, multimedia artist Ranbir Kaleka, designer Andrea Anastasio, artist-choreographer Alessandro Sciarroni, and artists Rekha Rodwittiya, Marzia Migliora, Stefano Arienti, and Tanya Goel. Onir will begin shooting volume two in July/August, with the second film concentrating on abstraction, religion and how it encounters arts and aesthetics. Meanwhile, SAMA will travel to global film festivals, before releasing on an OTT platform'.


Quanto alla mostra, vi riporto di seguito il comunicato stampa diffuso da Fondazione Torino Musei:
 
'Hub India è una prolifica esplorazione degli innumerevoli registri che caratterizzano l’arte contemporanea del subcontinente indiano, una regione di estrema importanza nell’Asia meridionale e che sta svolgendo un ruolo sempre più rilevante nel mondo globale. Con la presenza di oltre 65 artisti provenienti da dieci delle più importanti gallerie e musei indiani, il progetto si profila come il più ampio e significativo dialogo che l’arte contemporanea indiana abbia intrattenuto con il mondo occidentale in tempi recenti. Hub India, a cura di Myna Mukherjee e Davide Quadrio, nasce come progetto per Artissima Internazionale d’Arte Contemporanea di Torino per poi espandersi in una mostra tripartita realizzata in collaborazione con Fondazione Torino Musei e con l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino. 

Maximum Minimum @Artissima
Artissima 2021, in collaborazione con Emami Art, presenta Hub India - Maximum Minimum, un nuovo focus geografico che intende offrire una ricognizione sulle gallerie, le istituzioni e gli artisti attivi in un’area d’importanza capitale. In uno spazio dedicato verranno presentati i lavori di gallerie e istituzioni indiane che offriranno una veduta d’insieme di una sorprendente cultura visiva che rispecchia le innumerevoli polarità, contraddizioni e dualità che compongono l’India. Dall’antico spiritualismo del paese al suo moderno materialismo, dal passato coloniale alla crescente centralità nell’economia globale e alla rapida urbanizzazione, dal dogma alla tecnologia, dal marginale al mainstream, dai monumenti storici all’architettura contemporanea, dal normativo al radicale, Hub India - Maximum Minimum presenterà una miriade di storie e rappresentazioni del subcontinente.
In collaborazione NATURE MORTE New Delhi – GALLERY ESPACE New Delhi – EMAMI ART Kolkata – AKAR PRAKAR Kolkata, New Delhi – ART ALIVE New Delhi – LATITUDE 28 New Delhi – SHRINE EMPIRE New Delhi.

Classical Radical @Palazzo Madama, MAO e Accademia Albertina
Classical Radical è una mostra in tre sedi che si sviluppa nelle sedi di Palazzo Madama – Museo Civico d’Arte Antica, del MAO Museo d’Arte Orientale e dell’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino. Classical Radical presenta opere indiane contemporanee e moderne che esplorano i lasciti del passato e l’antichità nel qui e ora sociologico. Come le opere d’arte contemporanee illuminano, complicano e si riappropriano dell’eredità? Come si pone l’arte contemporanea nel variegato panorama di religioni e storie, e quali residui di motivi, stili e idee sono sopravvissuti attraverso i millenni fino ai giorni nostri? Le opere selezionate rappresentano uno spaccato di generi, medium e processi che vanno dai disegni e dipinti alle miniature e sculture, terrecotte e metalli, dipinti su carta e su tela, stampe, incisioni e opere digitali e virtuali, in un tentativo di analizzare le eredità classiche e tradizionali attraverso una nuova lente. Una ricerca a tutto campo che offusca le polarità di religione, casta o razza, Asia ed Europa, figurazione e astrazione per costruire uno spettro ampio di voci che vanno dai maestri moderni e contemporanei alle avanguardie, passando per gli artisti indipendenti appena scoperti. Più stratificato e complesso di una panoramica, questo percorso espositivo offre una lente caleidoscopica che sposta la percezione e sfida la stasi in modi elaborati, evocativi e mai riduttivi. (...)
In partnership con Kiran Nadar Museum of Art (KNMA). In collaborazione LATITUDE 28 New Delhi – AKAR PRAKAR Kolkata, New Delhi – ART ALIVE New Delhi – EMAMI ART Kolkata – GALLERY ESPACE New Delhi – SHRINE EMPIRE New Delhi – NATURE MORTE New Delhi – SAKSHI ART Mumbai – JHAVERI CONTEMPORARY Mumbai – VADEHRA ART New Delhi – VOLTE Mumbai.

Palazzo Madama - Museo Civico d’Arte Antica | Disruptive Confluences (Confluenze perturbanti)
La mostra a Palazzo Madama esplora il sincretismo e l’ibridismo attraverso opere per la maggior parte tridimensionali che collegano e contrappongono la straordinaria collezione del museo con la storia del subcontinente indiano, suggerendo complicate storie di scambi commerciali e religiosi, dominazioni, residui imperialisti ed evoluzioni sincretiche. Dando vita a un immaginario ibrido, al tempo stesso velato e provocatorio, la mostra rivela narrazioni e rapporti da una prospettiva eurasiatica, ma capace di porsi in dialogo e creare riflessioni significative con i duemila anni di storia di un edificio, che concilia una porta romana con una corte medievale e una scalinata barocca. In questo evidenziandosi quale storico luogo di riflessione di contesti ed esperienze anche profondamente differenti, ma alla ricerca di matrici comuni per individuare nuovi assi di dialogo.
Artisti: Jayashree Chakravarty, Ranbir Kaleka, Manjunath Kamath, Tayeba Begum Lipi, Benitha Perciyal, G Ravinder Reddy, Himmat Shah, Gulam Mohammed Sheikh, Prasanta Sahu, Ayesha Singh, LN Tallur.

MAO - Museo d’Arte Orientale | Residues & Resonance (Residui & Risonanze)
La mostra al MAO comprende opere del rinascimento contemporaneo che iconizzano e al tempo stesso obliterano lo stesso classicismo a cui fanno riferimento. I lavori sono radicati in un’eredità che esamina stili tradizionali, scuole e generi e si spinge oltre per stabilire con essi una relazione, un dialogo. Mentre gli interessi sono mutati con i capricci del tempo, le forme di queste opere hanno conservato ossessivamente pattern simili, risonanti di residui del passato. (...) Uno dei punti forti della mostra è una sezione radicale di neo-miniaturisti che prendono a prestito le decorazioni evocative, stilizzate e gemmate dei tradizionali stili miniaturistici e dei dipinti vasli, sovvertendole per esplorare modi in cui espandere e smantellare il vocabolario di uno stile apparentemente insulare. Anche l’arte della Regione himalayana offrirà grandi suggestioni, grazie all’installazione di una serie di opere dell’artista Paula Sengupta dal titolo The plain of Aspiration, un progetto che parla della diaspora dei tibetani fuggiti dal loro paese in seguito alla partenza del Dalai Lama nel 1959 e del tentativo di conservare anche altrove, attraverso la memoria, il loro stile di vita e la loro cultura. I lavori di Sengupta attingono fortemente alla tradizione dell’artigianato tessile e al simbolismo religioso tibetani e, nelle gallerie del MAO, vengono accostate alle opere della sezione dedicata alle copertine lignee intagliate.
Artisti: Waseem Ahmad, Khadim Ali, Anindita Bhattacharya, Sakti Burman, Sudipta Das, Priyanka D’Souza, Baaraan Ijlal, Manjunath Kamath, Puneet Kaushik, Samanta Batra Mehta, Piyali Sadhukhan, Paula Sengupta, Yugal Kishore Sharma, Nilima Sheikh, The Singh Twins, Waswo X Waswo.

Accademia Albertina di Belle Arti | Multitudes & Assemblages (Multitudini & Assemblaggi)
La traiettoria delle arti visive in India è caratterizzata da molteplici transizioni; abbraccia e interiorizza i discorsi più ampi del colonialismo, del nazionalismo e del modernismo internazionale. Si relaziona con le tradizioni visive alla luce del postmodernismo e cerca di legittimare la propria posizione nell’arena contemporanea della produzione d’arte. Narrazioni multiple si snodano simultaneamente, come elementi tattili che si rifiutano di perdere la loro realtà, presenza, velocità, calore o umidità, come incongrue testimonianze di un punto focale in un allestimento che mira a presentare una molteplicità di possibilità. Evocando più la nostalgia che la storia, queste voci si levano a volte all’unisono e a volte in una reciproca tensione, ai lati opposti del tempo, come uno specchio, ribaltando lo sguardo su un familiare ma radicale pastiche di liberazione, ecologia, urbanizzazione, migrazione, femminismo, genere, soggettività e sensazione.
Artisti: Harshit Agrawal in collaboration with 64/1, Amina Ahmed, Chandra Bhattacharjee, Sakti Burman, Sheba Chhachhi, Jogen Chowdhury, Sudipta Das, Priyanka D’Souza, Tanya Goel, Laxma Goud, Ganesh Haloi, Manjunath Kamath, Puneet Kaushik, Bharti Kher, Martand Khosla, Neerja Kothari, Balbir Krishan, Rahul Kumar, Tayeba Begum Lipi, Shruti Mahajan + Ravindra G. Rao, Paresh Maity, Debasish Mukherjee, Dr.Uttam Pacharne, Manish Pushkale, Mona Rai, Vajay Raut, Rekha Rodwittiya, Debanjan Roy, Prasanta Sahu, Wardha Shabbir, Shailesh BR, Shambhavi, Gulam Mohammed Sheikh, Nilima Sheikh, LN Tallur, Gopa Trivedi. (...)

Hub India è un progetto di Arthub & Engendered presentato in partnership con Indian Council for Cultural Relations (ICCR), Kiran Nadar Museum of Art, Fondazione Torino Musei, Artissima, Emami Art, Palazzo Madama, MAO e Accademia Albertina. Con il sostegno di Ambasciata d'Italia a Nuova Delhi, Istituto Italiano di Cultura di Nuova Delhi (IIC), Consolato Generale dell’India a Milano, Città di Torino'. 


Hub India, Classical Radical, Manuela De Leonardis, Il Manifesto, 11 dicembre 2021:
'Ma quante storie non dette si celano dietro l’apparenza, per lo più tra le mura domestiche in una società patriarcale. Dare voce a quel mondo sommerso attraverso la trascrizione grafica delle onde sonore, utilizzando le vibrazioni del rosso e dell’azzurro - due colori dalla forte valenza simbolica - è una priorità per (Piyali) Sadhukhan che va ben oltre la ricerca estetica. A dare forza al gesto dell’artista femminista di Calcutta (...) c’è (...) l’utilizzo di migliaia di braccialetti di vetro rotti e riassemblati sulla tela. (...) 
Questa stimolante kermesse guarda al subcontinente senza divisione di confini, India, Pakistan, Bangladesh e regione himalayana, coinvolgendo artisti multidisciplinari (...) e numerose gallerie, soprattutto di New Delhi, Calcutta e Mumbai, tra cui la storica Nature Morte di Peter Nagy. (...)
Denso di spunti critici, il dialogo tra queste opere contemporanee e le antichità dei musei torinesi crea un ulteriore corto circuito visivo, come nella sala di Palazzo Madama con le sue pareti damascate e la profusione d’oro zecchino quando ci si imbatte nella toeletta di Tayeba Begum Lipi (1969), artista del Bangladesh e co-fondatrice di Britto Arts Trust con cui parteciperà a documenta15. Al di là della patina di apparente leziosità, Once Upon A Time svela un messaggio neanche troppo implicito, con le centinaia di lamette da barba d’acciaio inossidabile che rappresentano non solo un pattern ma la struttura stessa del lavoro. Una tensione che strizza l’occhio alla materia portando l’osservatore a riflettere su questioni di genere, così come nelle sculture di Manjunath Kamath (Mangalore 1972) dove la violenza è percepibile nell’atto stesso di ricucire vecchie cicatrici nella formulazione di una nuova versione degli idoli in cui gli strati di terracotta, ceramica, cemento e acciaio sono come pagine di storia. 
Analizza l’ambiente rurale l’artista Prasanta Sahu (1968), incentrando su questo tema il progetto Mapping craters (2020-21): un’installazione di 60 calchi negativi in gesso, numerati, che ricordano i reperti archeologici. In questo archivio (sono presenti anche disegni, acquarelli e fotografie) offerto come cibo su una tavola imbandita, c’è la documentazione di un intero anno che l’artista ha trascorso fianco a fianco con un contadino senza terra nel villaggio di Amdahara Birbhum (Bengala orientale). Ritroviamo l’impronta degli attrezzi che sembrano arcaici ma vengono usati tuttora, dei cibi, di frutta e verdura, dei cibi, presenze rese visibili attraverso l’assenza. Una metafora del lavoro, del tempo e della fatica di chi coltiva e produce gli alimenti destinati alla collettività, che non compare nello scenario più ampio delle politiche del cibo. Per Prasanta Sahu che vive a Santiniketan (lì dove il poeta Tagore creò, nel 1901, una scuola a contatto con la natura nell’eremo fondato quarant’anni prima da suo padre Devendranath, sostenitore della modernizzazione del Bengala) questo approccio analitico serve a sottolineare il grande contrasto - l’incomunicabilità totale - tra i due mondi, rurale e urbano, della società indiana. 
Contrasti che investono anche altri aspetti sociali come è evidente negli stendardi ricamati, The plain of Aspiration (rivisitazione delle tangka tibetane) in cui Paula Sengupta (1967) porta la vita di tutti i giorni, così come l’artista pakistano Waseem Ahmed (1976) che con un’ironia sottile affronta nelle sue miniature i conflitti religiosi e politici.
Richiamano alla memoria le antiche miniature anche le fotografie seppiate della serie A Visitor to the Court su cui Waswo X. Waswo (1953) è intervenuto dipingendo elementi decorativi colorati che le rendono pezzi unici. Nell’autoproclamarsi erede della raffinatissima cultura moghul, il fotografo-scrittore (autore di India Poems: The Photographs, 2006) crea delle mise-en-scène in cui gioca sullo stereotipo dell’orientalista, ribaltando così quel rapporto di potere costruito dall’immaginario europeo del mondo «altro» (l’Oriente)'.