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30 dicembre 2024

JANICE PARIAT: TUTTO CIÒ CHE LA LUCE TOCCA


Nel giugno 2024 è stato distribuito nelle librerie italiane Tutto ciò che la luce tocca, romanzo di Janice Pariat pubblicato da Adriano Salani Editore. Nella seconda metà di settembre la scrittrice era in Italia (Milano, Pordenone, Rovereto, Vicenza, Roma) per presentare l'opera.  

'Come è nata l’idea del tuo libro, Tutto ciò che la luce tocca?
Ho impiegato 10 anni a scrivere questo libro. Quindi è stato un processo molto lungo che è iniziato quando un giorno mi trovavo a Salisbury, nel Regno Unito, in un giardino bellissimo dove c’era una mostra sulle donne botaniste dell’epoca vittoriana ed eduardiana che mi ha molto appassionato. Lì ho scoperto la vita di queste donne che per l’epoca era un po’ “indisciplinata”, viaggiavano, amavano raccogliere le piante, dipingevano... Insomma facevano una serie di cose considerate inusuali per le donne di quel periodo. Le loro vite mi hanno molto ispirato. Così, ho immaginato l’esistenza di una giovane botanista dell’Inghilterra edoardiana che intraprende un viaggio in nave fino all’India per cercare qualcosa. Ho scritto questo libro proprio per scoprire che cosa questa giovane donna stesse cercando in India. Il romanzo inizia infatti così.

Cosa hanno in comune i tre protagonisti del tuo romanzo, Shai, Evelyn e Goethe, così diversi tra loro?
Tutti i protagonisti hanno in comune un grande amore per la natura. Linneo e Goethe sono molto diversi e hanno visioni molto diverse, però condividono l’interesse per gli organismi naturali. I personaggi hanno in comune anche il fatto di muoversi, di essere in viaggio, non solo fisico ma anche interiore. Si chiedono chi sono, vogliono sapere qual è il loro posto nel mondo. Per esempio, Linneo non è un grande amante dei viaggi, però anche lui, come gli altri è alla ricerca di qualcosa. Il mio è un libro sulla fluidità, quindi i personaggi devono essere fluidi, devono muoversi. Un altro aspetto che li accomuna è di essere lontani dalle loro famiglie biologiche, perché in realtà sono alla ricerca della loro famiglia, al di là dei legami di sangue, cioè sono alla ricerca di persone che li comprendano e sostengano. Tutti i miei protagonisti alla fine le trovano e in questa ricerca degli altri trovano anche se stessi.

Janice Pariat

Ci spieghi che cos’è il Diengiei e cosa simboleggia nel romanzo?
Tutti i personaggi del mio libro sono alla ricerca di una versione migliore e vera di se stessi. Questo proviene da un’idea che ha influenzato Goethe e che è stata elaborata da Spinoza, cioè tutte le persone sono mosse in un certo senso dal desiderio di essere una versione migliore di sé. È come se tutti gli individui si muovessero lungo una stessa traiettoria, spinti dal medesimo fine. Il Diengiei è un albero mitologico che simboleggia appunto la perfezione, un’idea che però non si realizza e concretizza mai. Perciò, questa pianta rimane mitica, perché non esiste nulla di perfetto e impeccabile. Ciò che è importante non è arrivare alla meta, quanto compiere questo viaggio alla ricerca di una versione migliore di sé. La pianta simboleggia la perfezione, l’unità.

Il Diengiei corrisponde alla pianta originaria di Goethe?
Nel libro c’è la contrapposizione tra la pianta originaria di Goethe e il Diengiei indiano, nel senso che quest’ultimo funge da ponte tra il poeta tedesco e la scienza indiana. Ma la pianta originaria di Goethe e il Diengiei si legano nel contrapporsi alla scienza occidentale.

Hai visitato gli orti botanici di Padova e Palermo che hanno ispirato Goethe?
Purtroppo non sono riuscita a visitare l’orto botanico di Padova. Avrei voluto tanto vedere la palma che ha ispirato Goethe, ma quando avevo pianificato di andarci, mentre mi trovavo a Roma nel marzo 2020, è scoppiato il Covid, c’è stato il lockdown e sono rimasta bloccata lì. Ho visitato però altri luoghi dove è stato Goethe, specialmente a Roma, e in un’altra occasione sono stata all’orto botanico di Palermo.

Sei un’appassionata di botanica?
Assolutamente sì. Ma avendo scelto un percorso umanistico, ho dovuto abbandonare lo studio della botanica. Però, durante la pandemia ho riscoperto il legame con la natura e con le piante, perché ho trascorso il lockdown in un appartamento con un piccolo giardino che è stata anche la mia fonte di sostentamento, mi ha nutrito. Mi sono presa cura delle piante e le piante si sono prese cura di me. In un certo senso è come se la natura fosse ritornata nella mia vita, proprio nel momento in cui stavo scrivendo il libro. C’è stata una sorta di relazione binaria, la natura è tornata da me e io ho riscoperto la natura. Ovviamente sono un giardiniere che sta ancora imparando a prendersi cura delle piante, ma quando ci si occupa di loro non si smette mai di imparare'.

25 aprile 2024

SALONE INTERNAZIONALE DEL LIBRO 2024


La 36esima edizione del Salone Internazionale del Libro si svolgerà a Torino dal 9 al 13 maggio 2024. Il 10 maggio Salman Rushdie sarà ospite della manifestazione per presentare il suo nuovo lavoro, Coltello. Meditazioni dopo un tentato assassinio, pubblicato da Mondadori, in libreria dal 16 aprile 2024. Roberto Saviano condurrà l'evento. Nel comunicato stampa della casa editrice si legge: 'Coltello è l’opera di un Maestro delle Lettere all’apice delle sue capacità, che scrive con passione, con dignità, con onestà incondizionata. È anche un ricordo profondamente commovente del potere della letteratura di dare un senso all’impensabile, una meditazione intima e rassicurante sulla vita, sulla perdita, sull’amore, sull’arte e sul trovare la forza di rialzarsi'.
Vi segnalo inoltre che l'11 maggio Radhika Jha presenterà al Salone il suo ultimo romanzo, La foresta nascosta, pubblicato da Sellerio Editore. Il giorno prima la scrittrice sarà all'Università di Torino, e il 12 maggio inaugurerà a Masio il festival letterario Parole sotto la Torre. 



RASSEGNA STAMPA/VIDEO (relativa alla partecipazione di Rushdie e aggiornata al 14 maggio 2024)

- Video Rai: conferenza stampa, Tg3, 9 maggio 2024
- Video Rai: Il cavallo e la torre, 10 maggio 2024
- Video Rai: Il cavallo e la torre, 10 maggio 2024
- Video LA7: In altre parole, 11 maggio 2024
- Video LA7: In altre parole, 11 maggio 2024
- Video Rai: Quante storie, 13 maggio 2024
- Video Mediaset: Quarta Repubblica, 13 maggio 2024


- Salman Rushdie, brutto momento per la libertà di stampa, Amalia Angotti, ANSA, 10 maggio 2024:
'Una vera standing ovation accoglie Salman Rushdie e Roberto Saviano all'ingresso all'Auditorium del centro congressi del Lingotto. La sala è strapiena e ad accoglierli c'è la direttrice Annalena Benini che considera la presenza dello scrittore indiano dei Versi Satanici un fiore all'occhiello del suo primo Salone. "Sono qui per dirvi quanto abbiamo desiderato questo incontro. Siamo emozionatissimi di avere Rushdie qui in Italia per la prima volta dopo l'attentato. Con Saviano sono legati da molti anni. Questo è un incontro fra scrittori, fra amici, ed è un incontro di libertà", afferma Benini. I due condividono anche la condizione di 'sopravvissuti' come osserva Rushdie. "Mi chiedi come abbia fatto a superare tutto, ma tu ne sai qualcosa, credo che per te sia ben peggio di quanto lo sia stato per me". Un tema è il rapporto tra potere e intellettuali. "Scrittori, giornalisti, intellettuali sono sotto attacco, è un brutto momento per la libertà di espressione. Pensavo fossero guerre già vinte e invece dobbiamo ripartire daccapo e ricominciare a combattere. Lo faremo" assicura lo scrittore saggista naturalizzato britannico tornato in libreria con Coltello (Mondadori). A Saviano, che lo ringrazia per la solidarietà espressa nei suoi confronti per il contenzioso con la premier Giorgia Meloni, Rushdie dice: 'Io sono stato citato in giudizio da Indira Gandhi quando ho scritto I figli della mezzanotte per una frase che riguardava suo figlio, quindi non sei il primo". (...) 


Durante l'incontro Rushdie parla del tentato assassinio di due anni fa e dei momenti duri che sono seguiti. Al pubblico chiede un applauso per la moglie la poetessa, narratrice e artista afroamericana Rachel Eliza Griffiths che lo ha curato e assistito. "Ha fatto tutto lei, ha organizzato tutto, mi ha dato tutto l'amore e l'assistenza possibile, senza mai farmi sentire tutta la sua sofferenza", racconta. "Ho scoperto di essere più forte di quanto pensassi, ho scoperto di essere resiliente solo dopo l'attentato" aggiunge. E a chi in tanti momenti difficili della sua vita lo ha accusato di avere pensato a cose frivole replica: "Vivo a New York da 25 anni e per 23 tutto è andato bene. Ho vissuto una vita normalissima, ho fatto tour per presentare i miei libri, ho tenuto conferenze, non ho avuto mai problemi. Ho avuto un ventennio di vita buona e ora ne voglio altri venti. Che mi faranno arrivare a 97 anni, ma sto già pensando alla festa dei miei cento anni. E deve essere una festa da ballo. Quindi ci vuole un dj molto attempato. Insomma ti riprendi la vita, nessuno te la ridà".'  


'Protagonista indiscusso della seconda giornata del Salone del libro di Torino lo scrittore Salman Rushdie. (...) Un’ora e mezza di coda per le rigide misure di sicurezza per i fortunati che sono riusciti a prenotare un posto nell’Auditorium del Lingotto. A dialogo con lo scrittore angloindiano Roberto Saviano. (...) Per chi si aspettava un incontro dai toni cupi si è dovuto ricredere. (...) Saviano chiede subito a Rushdie di partire dalla ricostruzione del suo tentato assassinio il 12 agosto 2022 a Chautauqua, una cittadina dello Stato di New York. (...) Certo, i racconti drammatici non mancano, (...) ma sono affrontati con la levità e l’ironia che lo contraddistinguono e avvolti dalla tenerezza nei confronti della moglie Eliza, sempre al suo fianco nel duro percorso di ripresa. Saviano stesso fa notare come il libro sia pieno di digressioni ironiche, come quando racconta che al momento di constatare quanto fossero profonde le ferite, Rushdie era più preoccupato per il vestito nuovo che dovevano tagliare. E in fondo traspare dall’intervista come tutto il romanzo sia un inno alla vita e un omaggio all’amore e alla letteratura.


Saviano chiede a Rushdie come sia riuscito a rimanere scrittore dopo la condanna della fatwa e a tenere alto lo standard dei suoi libri senza cedere davanti agli attacchi ricevuti anche dagli altri scrittori e Salman racconta di come ha scoperto di essere più forte di quanto pensasse: “Mio figlio all’epoca aveva 10 anni e mi chiese perché non scrivessi libri che potesse leggere lui. Io gli risposi che finito di scrivere il libro a cui mi stavo dedicando (era I versi satanici), avrei scritto un libro che gli sarebbe piaciuto. Poi è diventato impossibile. Però avevo fatto una promessa e così ho scritto “Harun e il mar delle storie”. Ecco, il mio ritorno alla scrittura è stato questo: scrivere una favola per un bambino. Ci potevano essere molti modi con cui distruggere la mia carriera: la paura, la rabbia, la vendetta, ma queste cose mi avrebbero distratto dalla mia arte. Mi sono detto: ho scritto cinque libri, continua a stare sulla tua strada e segui quella. Volevo che i miei libri vivessero di vita propria.”
Saviano: “Come hai fatto per vent’anni a vivere con il peso di una minaccia di morte e l’ostilità dei media e anche di molti intellettuali?” Rushdie: “Beh, tu ne sai qualcosa, anzi penso che per te sia stato ben peggio di quanto lo sia stato per me. Ho pensato che se stavo ad aspettare che andasse tutto bene quel giorno non sarebbe mai arrivato. Certo, mi sono fatto guidare dai servizi segreti. Vivo da 25 anni a New York e per 23 anni ho vissuto in modo normale, senza problemi. Poi questo tipo ha pensato che la questione non fosse chiusa. Ho avuto un ventennio di vita buona e ora ne voglio altri venti così, che mi faranno arrivare a 97 anni. Sto già pensando alla mia festa dei 100 anni e deve essere una festa da ballo con un dj attempato” osserva ridendo.


Saviano nel ringraziare Rushdie per la solidarietà espressa il giorno precedente nei suoi confronti nella disputa con Giorgia Meloni, gli chiede come mai i giornalisti e gli intellettuali vengano percepiti dai ministri come dei rivali politici e come vede il problema della libertà di espressione nei governi populisti. “Trump ha sempre considerato i giornalisti come “nemici del popolo”, strano sentire una frase stalinista pronunciata dal presidente più capitalista. Ma non è niente di nuovo, io sono stato citato in giudizio da Indira Gandhi quando ho scritto “I figli della mezzanotte”, quindi non sei il primo” risponde Rushdie sorridendo, “ è un brutto momento per la libertà di espressione, dobbiamo ricominciare a combattere.”
Sulla sua tenacia nel sopportare i gossip che lo criticavano di essere frivolo nonostante pesasse su di lui una condanna, Rushdie ha dichiarato: “Non è stato facile, pensavano dovessi rimanere nascosto per non risultare superficiale, quindi me ne andavo nei night. Adesso non riesco a rimanere sveglio fino a tardi per andare a divertirmi in discoteca” e aggiunge in tono ironico “ho anche scritto 22 libri, non so quando li ho scritti con tutte queste feste! Interessante notare come dopo l’aggressione tutta questa gente sia sparita.”


Di fronte alla domanda su quale sia il rapporto che Rushdie ha attualmente con I versi satanici risponde così: “ogni libro deve trovare la sua strada nel mondo. A un lettore che mi chiedesse da dove iniziare a leggere i miei libri gli risponderei di non partire da quello, ed è un peccato perché credo sia un buon libro. La cosa strana è che non riguarda molto la religione ma piuttosto la città di Londra. Credo che quelli che hanno sferrato critiche non lo abbiano letto. Se penso che Ulisse di Joyce è stato accusato di pornografia e Nabokov è stato accusato di essere pedofilo per Lolita... A pensarci bene mi fa sentire meglio essere in compagnia di Joyce e Nabokov.”
Nel romanzo non nomina mai il suo giovane attentatore che, quando gli è stata gettata addosso la fatwa, non era ancora nato. È un mistero come a questo ragazzino del New Jersey dalla fedina penale pulita sia saltato in mente di aggredirlo. Nel ricostruire la sua vita cerca di renderlo più convincente di quanto non lo sia nella realtà. È un modo di farlo suo, dice, “la mia reale vendetta è stata quella di inventarlo nei buchi che non tornano”.
Infine Saviano chiede a Rushdie se è vero che dal dolore si esce migliori, perché lui ha sempre pensato il contrario e Rushdie replica che ad ogni modo bisogna trovare la forza e la speranza di andare avanti, nel suo libro spesso ricorre l’imperativo “Vivi!”, come un ordine che dà a sé stesso e poi aggiunge: “guardarci poi qui a dirci cose gentili l’un l’altro, abbiamo un solo problema io e te: o impari tu l’inglese o io l’italiano.”
Un caloroso applauso in una standing ovation accompagna i due autori che si abbracciano e si allontanano'.

Conferenza stampa

Il cavallo e la torre

Radhika Jha

30 giugno 2023

ANISH KAPOOR A NAPOLI


Ieri Anish Kapoor era a Napoli per effettuare un sopralluogo nel cantiere della stazione della metropolitana Monte Sant'Angelo (linea 7), per la quale l'artista ha progettato l'entrata principale e l'uscita. Il legame fra Kapoor e la città partenopea iniziò nel 2000, quando in piazza del Plebiscito venne esposta la scultura Tarantara. Vi ricordo che l'opera Dark Brother (2005) è inclusa nella collezione permanente del Museo Madre.
Video Tg3
La scorsa settimana Kapoor era in Vaticano in occasione dell'incontro di Papa Francesco con duecento artisti provenienti da tutto il mondo. All'evento aveva partecipato anche Jhumpa Lahiri.

Entrata principale stazione Monte Sant'Angelo




Uscita stazione Monte Sant'Angelo

Tarantara

Dark Brother


06 gennaio 2023

HANIF KUREISHI RICOVERATO AL POLICLINICO GEMELLI DI ROMA


Lo scorso 26 dicembre lo scrittore britannico di origine pachistana Hanif Kureishi, in vacanza con la moglie Isabella D'Amico (nipote della sceneggiatrice Suso Cecchi D'Amico) a Roma, era stato ricoverato d'urgenza al Policlinico Gemelli. Qualche minuto fa Kureishi, tuttora in ospedale, ha condiviso un messaggio nel suo profilo Twitter, aggiornando i lettori circa le sue condizioni di salute:

'Dear followers,
I should like you to know that on Boxing Day, in Rome, after taking a comfortable walk to the Piazza del Popolo, followed by a stroll through the Villa Borghese, and then back to the apartment, I had a fall. I had just seen Mo Salah score against Aston Villa, sipped half a beer, when I began to feel dizzy. I lent forward and put my head between my legs; I woke up a few minutes later in a pool of blood, my neck in a grotesquely twisted position, my wife on her knees beside me. I then experienced what can only be described a scooped, semi-circular object with talons attached scuttling towards me.  Using what was left of my reason, I saw this was my hand, an uncanny object over which I had no agency. It occurred to me then that there was no coordination between what was left of my mind and what remained of my body. I had become divorced from myself. I believed I was dying. I believed I had three breaths left. It seemed like a miserable and ignoble way to die. Every evening before I go upstairs, put on the dishwasher, open the window and join my wife, I wonder how more opportunities there will be for these domestic felicities. From the floor my wife heard my frantic shouting. She saved my life and kept me calm. For a few days I was profoundly traumatised, altered and unrecognisable to myself. I am in the hospital. I cannot move move my arms and legs. I cannot scratch my nose, make a phone call or feed myself. As you can imagine, this is both humiliating, degrading and a burden for others. I’ve had an operation on my spine and have shown minor improvements in the last few days. I have sensation and some movement in all my limbs, and I will begin physio and rehabilitation and soon as possible. I want to thank the doctors and nurses at the Gemelli hospital, Rome, for all their extraordinary kindness, competence and care. At the moment, it is unclear whether I will ever be able to walk again, or whether I’ll ever be able to hold a pen, if there is any assistance that I would be grateful for, it would be with regard to voice assisted hardware and software, which will allow me to watch, write - and begin work again, and continue some kind of half life. If you have any ideas about how you might help, please comment below and my son will be in touch. I want to thank all my readers for their love and support over the years. 
Love Hanif'.

Tutto lo staff di Cinema Hindi augura ad Hanif Kureishi un rapido, sostanziale miglioramento.

Aggiornamento del 31 gennaio 2023 - Hanif sta pubblicando numerosi messaggi dedicati al nostro Paese. Ne riporto solo alcuni:
* 8 gennaio: 'So now, in this somewhat desolate Roman hospital, in a suburb of Rome, I am writing these words to try and reach you, and I am at the same time trying to connect with Isabella, to make a new relationship out of an old one. You’d think I’d have enough on my plate'.
* 9 gennaio: 'Not understanding Italian is frustrating, but I try to ask very simple and straightforward questions like, “When did you know you wanted to be a nurse or a doctor?” or “When was the moment you realised you fell in love?”.'
* 10 gennaio: 'This morning three very beautiful Italian physiotherapists came to my room. They (...) thrust me into a wheelchair. I was turned around and for the first time I was able to see the other side of my room. I saw the Italian sky through the window, some trees and a cloud and few birds. For the first time I believed that things might begin to improve. My heart is like a singing bird. The physios left and another came in. A very gentle man, handsome, who also works for Roma Football Club. (...) He caressed my fingers and my feet, he opened my hands and pulsated them gently. I began to feel that I had a whole body and not just a patchwork of random pieces thrown together as if by Mary Shelley’s imagination. (...) I have become a big admirer of Italian men. I find them very handsome. Their skin is smooth and it glows. Their sharp dark body hair is inspiring. They are neither macho nor mummy’s boys. (...) The women too of course, with their long black hair and magnificent eyes. (...) I’ve enjoyed being in this hospital. Everyone here has treated me with respect and courtesy'. 
* 11 gennaio: 'The second most important event in my early writing life was in 1982. I was working at the Arts Centre, Riverside Studios in Hammersmith. One evening the guest of honour was Italo Calvino, who was introduced by Salman Rushdie, who I met for the first time that evening'.
* 13 gennaio: 'When the male nurse got to me I was delighted to see, for the first time, an array of hot Italian pastries and cheeses and some freshly squeezed orange juice. (...) I will also be able to meet others whose bodies are busted in different ways. My Italian is not so good but I hope to be able to bring some of those accounts to you, my new audience, if the patients agree'.
* 17 gennaio: 'This is when I decide I want to become an Italian citizen. I want an Italian passport. I decide to apply for one tomorrow. How could anyone not want to live in Italy?'.
* 31 gennaio: 'Here in the hospital, I have seen a lot of Italian women - nurses, doctors, patients and visitors. Every day I see many nurses, but because they are wearing masks, I can only study their eyes, hair and eyebrows. I have to confess, I have acquired a knowledge of the Italian eyebrow which is extensive and detailed. (...) I should stress here that the Italian male also attends to his eyebrows with calculated care. This is not something I have noticed in the British male. We are more primitive, except in British soap operas, where the male eyebrow seems to be given particular attention. Italian women take good care of themselves. Everything about them is neat and planned, and the women who are not in work uniform - the visitors - dress brilliantly and vividly, both to express themselves, and to show others who they think they are. They wear a lot of clashing colours, which is very stylish, and confident'.

Aggiornamento del 19 giugno 2023 - Hanif scrive: 'I will be returning to London after six months of hospitalization in Rome at the Santa Lucia IRCCS. I have been treated with professionalism and kindness by all the personnel of the Neurorehabilitation Unit 1. I am grateful to Italy’s national healthcare system for providing free cure and rehabilitation for me and for all other patients'.

09 novembre 2022

JHUMPA LAHIRI: RACCONTI ROMANI


Da un paio di mesi è in distribuzione in libreria il volume Racconti romani, di Jhumpa Lahiri, pubblicato da Guanda. Nel sito dell'editore si legge:
'Una Roma mista e metafisica, contemporanea ma eternamente sospesa fra passato e futuro, è la vera protagonista, non l’ambientazione, di questa raccolta. Nove racconti, alcuni di respiro romanzesco, in cui riconosciamo una città contraddittoria che ridefinisce sempre se stessa, trasformandosi di generazione in generazione in un amalgama, in un viavai ibrido di stranieri e romani che si sentono comunque sempre tutti fuori posto. Segnati da un ambiente al contempo ospitale e ostile, i personaggi che abitano questi racconti vivono momenti di epifania ma anche violente battute di arresto. (...) L’andamento della scrittura è riconducibile agli autori italiani del Novecento che Jhumpa Lahiri conosce e profondamente ama, a partire da Moravia che riecheggia nel titolo. Ma i temi di questo libro, il quinto che l’autrice scrive direttamente in italiano, sono tutti suoi: lo sradicamento, lo spaesamento, la ricerca di un’identità e di una casa, il sentimento di essere stranieri e soli ma, proprio per questo, in lotta e vitali'.

RASSEGNA STAMPA/VIDEO

- Jhumpa Lahiri racconta Roma. In italiano, Michele Gravino, Il Venerdì, 26 agosto 2022: 
'Quando, nel 2014, stava per uscire In altre parole, il primo libro di Jhumpa Lahiri scritto direttamente in italiano, un giornale titolò: "Jhumpa ha un amante". L'amante era, appunto, la lingua italiana, oggetto di un colpo di fulmine improvviso quanto totalizzante per questa scrittrice nata nel 1967 a Londra da genitori bengalesi e cresciuta negli Stati Uniti, che di lingue ne aveva già due: il bengalese dei suoi genitori e naturalmente l'inglese, in cui pubblicava con enorme successo. Il suo esordio, L'interprete dei malanni, aveva vinto il Pulitzer nel 2000, dal romanzo L'omonimo Mira Nair aveva tratto un film a cavallo tra Hollywood e Bollywood, la raccolta Una nuova terra aveva debuttato al primo posto nella classifica dei bestseller del New York Times.
Poi, giusto dieci anni fa, l'arrivo a Roma per un periodo di studio all'American Academy: "Voglio vivere almeno un anno in Italia, ho pregato mio marito, solo uno" racconta lei oggi. E una vecchia passione (Lahiri ha un dottorato in studi rinascimentali) si trasforma in bruciante innamoramento, fino a farle decidere di prendere casa qui (l'appartamento con terrazza sulle pendici del Gianicolo in cui la intervistiamo), e di trascorrervi i mesi in cui è libera dal suo lavoro di docente universitaria negli Stati Uniti. Ma l'Italia per lei non è un banale buen retiro. (...) No, Jhumpa si innamora soprattutto della lingua: la sceglie, la studia, la fa sua. Oggi, spiega, l'italiano in cui conversiamo non è più un travolgente amante - come in quel malizioso vecchio titolo - ma il partner di una relazione stabile, "senza la fatica, la noia, la frustrazione che possono complicare un matrimonio. È davvero la mia metà, anzi, come si dice in inglese, my better half, la mia metà migliore".
Da quel 2014 Jhumpa Lahiri scrive e pubblica solo nella nostra lingua: in inglese sono uscite solo traduzioni (di libri suoi e altrui, soprattutto Domenico Starnone) e un'antologia di racconti italiani del Novecento. Dopo i saggi di In altre parole e Il vestito dei libri, il romanzo-memoir Dove mi trovo e le poesie di Il quaderno di Nerina,  il 13 settembre esce (per Guanda, suo storico editore) il nuovo Racconti romani. Il titolo, è, naturalmente, un omaggio ad Alberto Moravia e alle sue due omonime raccolte, pubblicate tra il 1954 e il '59. "Moravia è stato il primo autore che mi ha insegnato a leggere in italiano, il Virgilio che mi ha accompagnato alla scoperta di questo universo letterario" spiega Lahiri. "Di lui amo il linguaggio puro, preciso, e anche la scelta della forma breve per comporre un gigantesco affresco della città, della sua vita quotidiana, delle tensioni tra classi sociali. Il racconto è un genere spesso poco apprezzato, ma io trovo sia molto adatto a Roma: qui tutti raccontano, anche da un incontro per strada di due minuti vai sempre via con una piccola storia, un regalo da riportare a casa".
Nei suoi racconti Moravia diede voce ai romani dell'immediato dopoguerra, proletari o piccoloborghesi alle prese con le difficoltà della ricostruzione e i primi segnali della Dolce vita e del Boom. Lahiri sceglie di raccontare la città con gli occhi di chi, come lei, non le appartiene pienamente, ma l'ha in qualche modo scelta: stranieri soprattutto, migranti di prima o seconda generazione, turisti appena sbarcati, expat benestanti destinati a ripartire al termine dell'anno accademico o dell'incarico in un'organizzazione internazionale. Nell'ultimo racconto, Dante Alighieri, una giovane americana di probabili origini indiane - ma l'ascendenza etnica dei personaggi non è mai esplicitata, solo sottintesa - sceglie per un caso fortuito l'italiano come materia di studi e finisce per diventarne una specialista, dividendosi tra le due sponde dell'Atlantico. "Ma non è l'unica storia autobiografica" spiega l'autrice. "C'è una parte di me in quasi tutti i protagonisti del libro. Sono persone che si sentono sempre un po' fuori luogo, cercano una casa o magari hanno troppe case, troppe vite".
"E comunque per me sono tutti romani" continua. "Roma è questo, una metamorfosi continua, un flusso in cui immergersi, e l'italiano mi dà il ritmo per seguirlo, paradossalmente in inglese sono più misurata, ho più paura". La città è raccontata con grande economia di mezzi, i luoghi quasi mai nominati, i capisaldi della Grande Bellezza solo sfiorati, a vantaggio di angoli meno noti ma più vissuti dall'autrice. Come la Scalea del Tamburino, la rampa di 126 gradini che collega Monteverde con Trastevere, proprio sotto la sua casa romana: Lahiri la mette al centro di una lunga sequenza di racconti, con il suo strepitoso panorama e i cocci di bottiglie di birra - residui dei ritrovi serali dei giovani della zona - che minacciano i piedi di chi vi si avventura.
Già, perché l'innamoramento non impedisce alla scrittrice di raccontare anche una Roma sgradevole, inospitale, a tratti violenta. "È un lato che esiste, come in tutte le grandi città, anche se tanti americani preferiscono averne una proiezione falsa, idilliaca. Quante volte mi sono sentita dire: ma in Italia non può succederti niente di male! No, certo, se ci vai solo in vacanza". Così, i suoi racconti esplorano anche le meschinità di certa borghesia intellettuale, espongono i piccoli e grandi razzismi quotidiani subìti dai migranti. "Mi interessa molto l'esperienza di chi si trasferisce qui e cerca di radicarsi" spiega; "tipicamente arrivano prima i maschi, poi fanno venire la moglie, solo più tardi i figli, è un processo lungo e complicato. Io ho potuto anche osservarlo da vicino, incontrando gli stranieri che lavorano al mercato del quartiere, riuscendo a entrare in contatto anche grazie al fatto che parlo bengalese. In fondo continuo a lavorare sui temi dei miei primi libri: ho solo voluto cambiare ambientazione e prospettiva rispetto alle storie degli indiani trasferiti in America come i miei familiari. Ma non ho messaggi da dare, anche in questo seguo Moravia: la letteratura non è politica, se riesco a far riflettere, a spostare qualche punto di vista è bene, ma non ho un'agenda ideologica, non è quello il mio obiettivo".
Dopo alcuni anni a Princeton, Jhumpa Lahiri tornerà all'università dove ha studiato, il Barnard College della Columbia di New York, per insegnare scrittura creativa, italiano e traduzione. Ma prima trascorrerà a Roma un anno sabbatico: "Dovrò fare un po' di promozione per i Racconti" dice, "ma poi mi dedicherò completamente a Ovidio". Assieme a una classicista, ha cominciato a tradurre le Metamorfosi: il lavoro sarà in inglese, ma lei prende appunti in italiano e usa il vocabolario IL, come generazioni di liceali. "Ovidio è un punto di riferimento fondamentale per me: il poeta che racconta Roma dal di dentro e poi ne viene scacciato e deve ripensarla dall'esilio. Nel mio piccolo mi ritrovo nella sua condizione, esserci e non esserci, presenza e nostalgia. Poi c'è quella parola stupenda che usa spesso, errare, che vuol dire sia sbagliare che vagare... Leggere e tradurre Ovidio sotto il suo stesso cielo è un sogno che si avvera".
Da un punto lontano di quel cielo, dietro la meravigliosa sequenza di cupole e tetti che si vede dalla terrazza, si leva una nuvola di fumo scuro e denso: uno dei tanti incendi che in questa estate hanno devastato la periferia romana. "Alla fine del mio libro" conclude Lahiri, "una donna se ne esce con una battuta, apparentemente dal nulla: 'Che città di merda. Ma quant'è bella'".'


- La scrittrice Jhumpa Lahiri racconta Roma, TV2000, 5 ottobre 2022. 

- "Roma ha tante facce. Io seguo Moravia e le scopro coi racconti", Eleonora Barbieri, Il Giornale, 6 ottobre 2022:
'Jhumpa Lahiri, che Roma è la «sua» Roma?
Una Roma complessa, non facile, strepitosa, problematica. Ha tante facce, tanti strati. La città ci sfugge, e sfugge a tutti: non si può definire. Non puoi descrivere Roma in un gesto solo. Per questo, il tentativo di Moravia di farlo attraverso i racconti è geniale: ha raggiunto una prospettiva molto efficace per capire la complessità della città e dei romani. Io ho seguito il suo esempio.
La Roma di oggi rispetto a quella di Moravia?
È ben diversa. Lui raccontava molto anche uno strato sociale, popolare: io prendo questa vena e la esploro, per esempio vado nelle cucine delle trattorie e scopro chi cucina davvero la pasta, chi non vedi ma c'è, e sta cucinando per te. (...) Persone che vengono da fuori e hanno vite precarie a Roma, e non solo per una questione di classe sociale.
Non si sentono a casa?
Vai a Roma e sei romano, un po' come ti succede quando vai a New York, e questo perché la città è così forte che ti ingloba, ti dà un'identità; ma vedo anche le tensioni che ci sono, per esempio fra i romani di una certa età e posizione e chi è lì per lavorare, mettere nuove radici, creare una famiglia. (...) Sono dieci anni che osservo questo incrocio, da una posizione privilegiata diciamo: sono sempre attenta a chi vive ai margini e non parla, perché non è a suo agio a parlare, e con molti di loro condivido una lingua, il bengalese, per cui posso chiedere, fare domande. E poi noto le dinamiche, le mamme al parco, i giovani, i loro gruppi, come quelli sulla scalinata.
La scalinata, che è anche il titolo di un racconto, è centrale nel libro.
Sì. È quella che collega Trastevere a Monteverde Vecchio: abito lì vicino e la faccio venticinque volte al giorno. La scalinata è l'organo principale del libro: il cuore o, se vogliamo, lo stomaco, che credo sia la vera misura del corpo. (...) È il ventre che raccoglie ogni tipo di personaggio: chi è di passaggio, chi è nato/vissuto/morto lì, chi ci vive per un paio d'anni, chi si lamenta del fatto che il mondo non sia più come una volta, chi vorrebbe appartenere ma non può, o non riesce. Gli altri racconti sono un affresco, la scalinata è qualcosa in mezzo alla sala: un luogo di passaggio, ma molto vissuto. Ci sono tanti giovani, perfino una troupe che gira un film.
Ci sono anche le signore romane. Si è trovata subito bene?
Sì e no. Una parte di me si sente totalmente nel mare giusto; eppure, anche no. Sono sempre in bilico.
Nei suoi racconti ci sono storie dure, ma scritte senza retorica o ideologia.
Non scrivo con ideologia. Anche qui seguo Moravia, che diceva che l'ideologia non dovrebbe far parte della letteratura. Certamente tu, come scrittore, puoi avere un'ideologia, e Moravia l'aveva, come anche io, da cittadina del mondo, non sono indifferente a ciò che accade; ma nella scrittura esploro altre cose, l'anima di un personaggio, il suo mondo interiore e, in questo, l'ideologia non c'entra. (...) Come scrittore non puoi giudicare: devi osservare, interpretare, decifrare, mettere sotto una luce qualcosa che, di solito, non vediamo. Uno scrittore decide: mi soffermo qui, cerco di scavare e di dedicare un po' di attenzione a una certa persona, vera o finta che sia.
Incredibilmente, da anni scrive in italiano.
È un caso, una mossa insolita. Ho iniziato un giorno nel diario e, da lì, ne è sorta una esigenza sorprendente che, piano piano, mi ha conquistato. Ho capito che in italiano riesco a raggiungere una parte di me che non raggiungo in inglese: mi sento più libera, più coraggiosa e in grado di sperimentare ma, allo stesso tempo, anche titubante. Un mix eccitante. Una nuova lingua è un filtro e uno strumento insieme, ma l'italiano mi ha aperto un portone importante: cercavo una nuova chiave ed è stata una nuova lingua, questa lingua.
L'ultimo racconto è intitolato Dante Alighieri e sembra autobiografico.
Ci sono elementi della mia vita, anche se non del tutto. Ho osato, certo, prima col titolo e poi con Dante in chiusura. Ma già il mio libro Dove mi trovo era un dialogo con Dante, il suo titolo è il primo verso dell'Inferno, celato: dove mi trovo?, dove vado?, come procedo? È quella questione lì, esistenziale. E poi Dante è a cavallo fra diverse lingue, culture, epoche, e in lui c'è l'esilio, che è il mio tema.
Esilio in che senso?
Non sono importanti tanto i luoghi per me, quanto la condizione dell'esilio, dello straniamento: tutti ci sentiamo così, tutti. Nei miei racconti, anche quelli che, anagraficamente, sono romani, si sentono completamente fuori luogo.
Scrive sia romanzi, sia racconti. Come sceglie?
Ascolto l'essenza della storia e poi cerco di trovare l'involucro giusto. Credo molto nel racconto come forma, che non considero affatto minore rispetto al romanzo: leggi un racconto per avere una certa esperienza, un romanzo per un altro impatto.
Che cosa ama del racconto?
È più vicino alla poesia: puoi gestire meglio la lingua, con maggior precisione. E il lettore non viene interrotto, può leggerlo in un'oretta, e questo mi piace molto. Leggo racconti da sempre, li amo, ho curato anche una antologia di quaranta autori italiani per Guanda e credo che i racconti siano stati molto importanti, anche se, oggi, spesso sono ritenuti desueti, come forma.
Il racconto è bistrattato?
Dappertutto, anche in America. Tutti vogliono un romanzo perché pensano sia più importante, ma è folle, ridicolo. Un romanzo può nascondere i difetti molto meglio, un racconto no: o è riuscito o fallisce, e te ne rendi conto subito. È molto più esigente. Infatti, molti autori hanno paura a scrivere racconti. È una forma che va amata, rispettata e difesa, contro un atteggiamento che è scollato dalla realtà della storia della letteratura'.

24 ottobre 2022

SONIA FALEIRO: LE BRAVE RAGAZZE


La scrittrice indiana Sonia Faleiro è in questi giorni in Italia per presentare il suo saggio, Le brave ragazze, pubblicato da Neri Pozza Editore. Il volume, frutto di un'indagine di stampo giornalistico, tenta di far luce su un macabro caso di cronaca nera avvenuto in India nel 2014: due ragazzine furono trovate impiccate ad un albero. Vi ricordo che l'ottimo film Article 15 si ispira allo stesso tragico evento.
Il 22 ottobre 2022 Sonia ha partecipato alla manifestazione L'Eredità delle donne, a Firenze (video ufficiale). Vi segnalo inoltre l'intervista concessa dalla scrittrice a Sabrina Carollo, pubblicata da Il Tirreno sempre il 22 ottobre: Brave ragazze senza giustizia. «La povertà rende vulnerabili». Di seguito un breve estratto:

'Perché ha scelto proprio questa storia?
Sono venuta a conoscenza del delitto da Twitter, dove era stata postata una foto delle due ragazzine impiccate. (...) È stato straziante, ho provato molta rabbia. Allo stesso tempo da un punto di vista antropologico sentivo il bisogno di capire cosa fosse successo. Appena raggiunto il villaggio mi sono accorta che qualcosa nella versione ufficiale non tornava. Così ho cominciato a indagare. (...) Mi ci sono voluti quattro anni, (...) ho intervistato più di cento persone, (...) insomma è stata un’autentica indagine giornalistica vecchia scuola, con molte ipotesi, molte domande. (...)
Perché è così difficile arrivare alla verità?
Le persone hanno paura di essere fraintese, giudicate. Hanno paura che la loro sopravvivenza sia messa in pericolo. Molti di noi poi non sono abbastanza forti (...) per guardare in faccia la verità. I familiari di Padma e Lalli stavano cercando di proteggere le altre ragazze della famiglia. Sapevano che per loro se fosse stato reso noto che una delle due ragazzine stava intrattenendo rapporti prematrimoniali, la cosa avrebbe creato problemi a tutte le altre bambine. Adoravano le loro figlie, ma hanno dovuto essere pragmatici. Quando la sopravvivenza non è garantita, devi affrontare questi dilemmi ogni singolo giorno, facendo scelte che altre persone giudicherebbero duramente'. 

Sonia Faleiro

Aggiornamento del 15 dicembre 2022: vi segnalo l'intervista concessa dalla scrittrice a Carlo Pizzati, in occasione della presentazione di Le brave ragazze a Firenze, e pubblicata ieri da La Repubblica. Sonia Faleiro: "Essere donne in India è sperimentare la violenza":

'Questo libro fa riflettere su mezze verità e fake news. Crede ancora che la cronaca possa apportare un cambiamento nella società?
Anni fa scrissi Beautiful Thing, libro ispirato alla chiusura dei dance bar di Bombay. Ero furiosa dell'impatto che una legge arbitraria aveva su migliaia di donne. Vedevo quanto rapidamente le notizie svanivano dall'immaginario nazionale. Avrei scritto un resoconto di quell'epoca. Quando poi un tribunale citò il libro tra le motivazioni per cui il bando ai dance bar fu annullato, fu solo un bonus per me. Il mio mestiere è di fare il resoconto di un'epoca e di persone trattate brutalmente dal loro Stato. Poi se ciò innesca un cambiamento, ottimo.
Le statistiche dicono che in India sesso e violenza vanno spesso assieme. Perché?
In India, uno stupro non è mai solo uno stupro. C'è la violenza sessuale, ma poi infilano un pezzo di vetro nella vagina della vittima, oppure le tagliano la lingua, le danno fuoco. Non è solo sesso. Quel gesto di crudele violenza non è mai sufficiente. Dev'essere sempre qualcosa di più. Abbiamo questa illimitata capacità per la brutalità perché non siamo mai riusciti a concedere a noi stessi il semplice lusso delle compulsioni. Ciò che contribuisce alla violenza sessuale è la riservatezza che ammanta il sesso, covata in un senso di vergogna che avvolge l'idea di amore. Non devi innamorarti. Non devi voler essere con qualcuno. Siamo così opposti culturalmente all'idea del desiderio perché accogliere l'idea di desiderio vorrebbe dire essere in controllo del nostro destino, capisce? Ma se puoi essere in controllo del tuo destino cosa significa per la famiglia, la comunità e la società? E l'India è una società che storicamente ha insito un forte sistema di sorveglianza.
Nella famiglia stessa...
Nella famiglia, nel quartiere, nella società che guarda sempre a quello che fanno gli altri, giudicandoli, alienandoli. Ecco perché l'onore diventa una questione di vita o di morte. Questa resistenza al desiderio esiste perché una persona che può assecondare il proprio desiderio viene considerata come in grado di far prendere alla propria vita la direzione che l'individuo sceglie. Ma la società indiana è contraria al concetto di un individuo in controllo della propria vita: è tutto focalizzato su famiglia e comunità. Ecco perché abbiamo i matrimoni combinati. Tanta frustrazione nasce dal fatto che qualcosa di così normale come il desiderio e l'amore, incontrollabili, devono essere controllati. Ciò genera frustrazioni e aggressioni e infine atti di violenza brutali.
Qual è il ruolo dell'onore in questo contesto? Sembra che in India, più sei povero, più sei ossessionato dall'onore.
Perché, appunto, non hai controllo di nulla nella vita. Se sei di casta bassa, povero, sempre preso a calci, a volte letteralmente, da gente che sta meglio di te, ti senti impotente. Cosa puoi controllare della tua vita? Il tuo onore, giusto? Puoi controllare le donne e i bambini nella tua famiglia, usando violenza fisica e mentale. Ma chi vive in India sa che l'onore è molto importante anche per la classe media e per quella alta, ugualmente ossessionati dall'idea di far sposare i figli con le "persone giuste". Alla base della società le implicazioni di questo meccanismo vanno fuori controllo, generando suicidi e omicidi, ma non è detto che l'onore sia solo l'ossessione dei poveri.
Lei dimostra che il killer numero uno non è un misterioso assalitore frustrato nascosto nel buio, ma è dentro la famiglia. In Italia, ad esempio, gli omicidi in famiglia fanno più vittime di tutto il crimine organizzato. Perché è così difficile affrontare questa realtà?
La distanza tra amore e odio, amore e rabbia, amore e frustrazione non è molta. L'amore, per i personaggi del mio libro, è centrale. Le figlie erano adorate dai genitori. I genitori hanno giustificato ciò che hanno fatto con l'idea di proteggerle. Si commettono molti gesti sbagliati in nome dell'amore. E bisogna capire che anche se si ama qualcuno non è escluso che gli si possa fare molto male in nome di quell'amore. Ma l'amore non è l'unica emozione che influenza le relazioni. In India, la sopravvivenza è una preoccupazione centrale, e la sopravvivenza è strettamente collegata all'onore. Si tratta di onore, sopravvivenza e amore. Ma la sopravvivenza avrà la meglio su tutto.
Sembra tutto collegato: perdere la reputazione può significare perdere il lavoro e la possibilità di trovarne un altro, facendo collassare l'intera famiglia. Meglio quindi uccidere l'elemento che può causare questo disastro, salvando il resto della famiglia. Per un errore causato dal desiderio, un'intera famiglia potrebbe morire di fame perché la perdita dell'onore può mettere a repentaglio la sopravvivenza. È questo il meccanismo che si innesca nella mentalità dell'assassino: il sacrificio di una persona amata serve a salvare il resto dei familiari?
Sì, è come una pianta con una foglia secca che rischia di far rinsecchire il resto della pianta. Meglio tagliare la foglia. È un sacrificio rituale, complicato dall'amore e dall'astuzia che subentra su come eliminare l'individuo in questione. Far passare un omicidio per un incidente in cucina o per un suicidio riduce le possibilità di ampliare l'inchiesta e le indagini sulle vere cause. Nel mio caso non ha funzionato.'

20 luglio 2022

STRANIMONDI 2022


L'evento Stranimondi si svolgerà a Milano, presso la Casa dei Giochi, dall'8 al 9 ottobre 2022. Fra gli ospiti, segnalo Priya Sharma, scrittrice britannica di origine indiana. Nel comunicato ufficiale si legge: 'Priya Sharma, scrittrice britannica di speculative fiction, è tra le più promettenti voci del panorama weird e fantastico contemporaneo. (...) È salita alla ribalta con l’antologia All the Fabulous Beasts (2018) e il romanzo breve Ormeshadow, entrambe le opere vincitrici dello Shirley Jackson Award e del British Fantasy Award e di prossima pubblicazione in Italia. Le sue storie esplorano temi come la diversità, la ricerca d’identità, la sopravvivenza, il concetto di “mostruosità”, e la sua poetica è spesso riconducibile al realismo magico. (...) Sue storie sono state tradotte in spagnolo, francese, ceco, polacco e italiano. A Stranimondi verrà presentata in anteprima l’edizione italiana di Ormeshadow (Edizioni Hypnos)'. 

Il sito di Priya Sharma riporta il comunicato stampa di Edizioni Hypnos: 
'Ormeshadow di Priya Sharma in arrivo a ottobre! Siamo felici di annunciare l’uscita di Ormeshadow, di Priya Sharma, tra le punte di diamante della nuova generazione del weird inglese. (...) Ormeshadow, opera vincitrice dello Shirley Jackson Award 2019 e del British Fantasy Award 2020, è una toccante storia di formazione, tra atmosfere oscure e messaggi di speranza, che presenta per la prima volta al pubblico italiano il talento di Priya Sharma. Ormeshadow sarà presentato in anteprima a Stranimondi 2022 mentre l’uscita ufficiale è prevista per il 13 ottobre 2022 nella collana Visioni, con traduzione di Elena Furlan.
Sinossi
Inghilterra. Età vittoriana. La vita del giovane Gideon Baltam ruota attorno alla famiglia e ai duri ritmi della fattoria di Ormesleep nella località di Ormeshadow, luogo intriso di miti e leggende: Orme, un drago sepolto e addormentato, pervaso da sogni di risentimento, di gelosia, di morte, si prepara al risveglio. O così almeno dicono le leggende.
My huge thanks to Edizioni Hypnos and Stranimondi - I am VERY excited to be attending the launch in Milan in October 2022. This book was originally published (...) in 2019'.


Vi riporto uno stralcio dell'intervista concessa da Priya Sharma a Tina Pavlik, pubblicata da Horror Writers Association il 7 maggio 2022. Asian heritage in horror: interview with Priya Sharma:

'Do you make a conscious effort to include Asian Diaspora characters and themes in your writing and if so, what do you want to portray?
I find this question difficult as I don't fit into a box easily. I come from a mixed heritage background (Indian/a quarter English) and grew up in the UK. We were one of two Asian families in our town and the other didn't speak to us. To this day I'm still not sure why that was. As a result of her Anglo-Indian upbringing my mum faced racism from both Indian and English people. I felt that very keenly and I think this has had an impact on how I see the world and how I write. My parents wanted me to fit in, which manifested itself in several ways. They gave me the very anglicised nickname of Pippa and didn't teach me Hindi. I feel very divorced from my Indian heritage and this reflects in my writing. I am neither one thing or another. I fear writing more traditional Asian Diaspora characters as I am scared of getting this wrong and causing offense. Or doing it badly and reaping scorn. The one time I did this was writing about an Indian man in a story called The Englishman. It's about my dad returning to India after over twenty years of living in England. I could do that with confidence as I took that trip with him.
What has writing horror taught you about the world and yourself?
Horror is everywhere, in the fabric of the everyday. Some people don't want to face what makes them afraid or uneasy, but I'd rather look at it face on. The unknown is always worse than the known. It's taken me a long time to realise why I like horror and it's only through writing it that I understand why. When I write about the painful things in my life, I find horror and the fantastic an easier way of processing them. The reality of suffering is truly terrible. It's real-life dramas about terrible events or experiences that I struggle to watch or read about. I find them easier to consider when cloaked in the fantastic and horrific than when looked directly. It abstracts them. There's also a lot of hope and redemption in horror, much more than people think. (...)
How do you feel the Asian community has been represented thus far in the genre and what hopes do you have for representation in the genre going forward?
If you're talking about representation in western markets I never really saw Asian characters in the books available to me when I was growing up, except as someone strange/exotic/disposable/mystic. Their being Asian was their single defining characteristic. I think/hope that's changing and they are moving to the centre of the stage as fully fleshed-out characters.
Who are some of your favourite Asian characters in horror?
Cyrah from "The Devourers" by Indrapamit Das. She experiences some horrific things but is a survivor. I loved how her journey ended. The other is the protagonist of Vikram Paralker's "Night Theatre" - a surgeon who is visited by the dead. It's not billed as horror but there are some elements of horror there. He is a flawed man who is just doing the best he can with what he has.
Who are some Asian Diaspora horror authors you recommend our audience check out?
I'm adding writers here that write fantasy/magical realism, dystopian fiction also: Isabel Yap, Indrapramit Das, Usman Malik, Vikram Paralker, Salman Rushdie, Rena Mason, Lee Murray, Chitra Banerjee Divakaruni, Kazuo Ishiguro, Mimi Mondal, Nadia Bulkin, Alma Katsu, V.H. Leslie. I can't resist including non-genre writer Jhumpa Lahiri for her short stories, which are a masterclass in the form'.


Aggiornamento del 29 marzo 2024 - Priya Sharma scrive nel suo sito: 'Ho avuto la fortuna di essere ospite a Stranimondi a Milano nel 2022 in occasione della pubblicazione della mia novella, Ormeshadow (Hypnos Edizioni). È stata un’esperienza emozionante: sono rimasta colpita dal loro amore per la narrativa di genere e da quanto tutti siano stati calorosi e accoglienti. Che persone fantastiche'. 

21 maggio 2022

SALONE INTERNAZIONALE DEL LIBRO 2022


La 34esima edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino si svolge dal 19 al 23 maggio 2022. Amitav Ghosh ha tenuto la lectio inauguralis sul tema del cambiamento climatico. In precedenza, lo scrittore era intervenuto il 15 maggio all'evento ChiassoLetteraria 2022, e il 18 maggio al programma Selvatico Sacro in onda su Rai Radio3. Di seguito gli altri appuntamenti di Ghosh:

19 maggio: Crisi climatica, narrativa e narrazioni, un incontro al Salone del Libro con il pubblico più giovane
19 maggio: Arena Robinson di Repubblica, Salone del Libro (video)
19 maggio: programma Quante Storie, Rai 3
20 maggio: Settimo Torinese, Biblioteca Archimede
20 maggio: programma TV7, Rai 1
21 maggio: Novara, evento organizzato dal Circolo dei Lettori presso il Castello Sforzesco, nell'ambito del Salone Off
21 maggio: programma TGR Petrarca, Rai 3
21 maggio: programma Il Cacciatore di Libri, Radio 24
23 maggio: Padova, celebrazioni per l'ottocentenario dell'Università
6 giugno: Milano, evento Narrating, nell'ambito di Prada Frames On Forest, presso la Biblioteca Nazionale Braidense (clicca qui).


Amitav Ghosh, con guerra in Ucraina il resto è svanito, Mauretta Capuano, ANSA, 18 maggio 2022:
'In Jungle Nama - Il racconto della giungla (Neri Pozza), il suo ultimo libro, ha cercato di dare voce proprio all'incredibile crisi esistenziale che stiamo vivendo con una nuova forma letteraria. Ma qual è il compito di poeti e narratori? "Le storie sono essenziali per la vita quanto l'aria o il cibo e, in questo senso, sono necessarie per il sostentamento dell'esistenza e poiché ora siamo in un'era in cui la sopravvivenza stessa della civiltà come la conosciamo è in dubbio, è imperativo ricordare quelle storie che hanno effettivamente aiutato le persone a superare molti momenti e circostanze difficili. La storia di Jungle Nama è una di queste. La stessa idea è al centro di un'altra leggenda indigena dell'India orientale: la storia di Chand Saudagar e Manasa Debi che figurava nel mio ultimo romanzo, 'L'isola dei fucili'. Sento che queste leggende stanno comunicando messaggi che sono di vitale importanza" spiega Ghosh. (...) Che cos'è umano? si chiede Ghosh. (...) "Le storie e il narrare testimoniano non la nostra unicità, ma la nostra animalità; sono vestigia dei nostri sé prelinguistici". Da qui la necessità dunque di considerare e trovare nuove voci? "È essenziale trovarne di ogni tipo - voci di scrittori trascurati dall'Asia, dall'Africa e da molte altre parti del mondo. I riflettori letterari sono stati troppo a lungo puntati sui paesi ricchi del mondo. È molto importante ampliare questo focus. Tuttavia, sento anche che è molto importante per la letteratura trovare il modo di dare voce a esseri non umani. La letteratura premoderna è piena di voci non umane. È molto importante restituire voce e azione ai non umani" spiega all'ANSA lo scrittore del quale uscirà nell'autunno 2022, sempre per Neri Pozza, il saggio 'La maledizione della noce moscata'.'



Amitav Ghosh e Nicola Lagioia, direttore del Salone del Libro

Selvatico Sacro

Arena Robinson

Quante Storie

Como, 16 maggio 2022

02 marzo 2022

PANKAJ MISHRA: FIGLI DELLA NUOVA INDIA (RUN AND HIDE)


Vi segnalo l'intervista concessa da Pankaj Mishra a Open, nella quale lo scrittore presenta il suo romanzo Run and Hide. Pankaj Mishra: Polemist as Novelist, Nandini Nair, 25 febbraio 2022:

'In his numerous nonfiction books, Pankaj Mishra has captured the defining spirit of our present moment. Over the last two decades he has written books that tell of the churn in India and the West; liberalism and democracy, race and empire are his pet themes. (...) His writings always reveal clarity (...) and comprehension, which blames “modernity for our age of anger”. While Mishra might be known for his argumentative Indian persona, at heart he is a novelist. He enjoys tinkering with words as much as he likes Rubik’s Cube-ing ideas, he is as much at home in the realm of imagination as he is in the arena of politics. His debut novel The Romantics (1999) tells of Samar, the young narrator who in Banaras, hopes to lose himself in books and solitude. A March 2000 review of The Romantics in The New York Times noted that “Mishra has created an affecting Bildungsroman while at the same time exploring the clash of cultures in contemporary India.”
Run and Hide,  (...) Mishra’s most recent novel, after more than two decades, chronicles a similar clash of cultures played out through the lives of three young men. Aseem, Virendra and Arun meet at IIT, but from there, their lives take different tangents. Arun, the narrator becomes a translator of Hindi novels. Virendra reaches great heights in the banking sector in America, and Aseem becomes a media icon and literature festival organiser. It is difficult to write about Run and Hide, without giving too much away. But while reading it, the characters always seem familiar and unfamiliar. (...) The book deals with the extremes of wealth and poverty. It is a novel of sharp observation but a bleak outlook, where one’s humiliations of the past determine the course of one’s life.
The book is at its strongest when Mishra, the novelist, shines through, it is on shakier ground when Mishra, the polemist, takes control. At those times the novel seems to be in the service of ideas rather than its characters. The reader might crave for an interlude of emotions rather than allegories. Through the lives of his characters, Mishra is telling the story of India’s rapid urbanisation and how this has led to the creation of “hollow men” or, in the words of his nonfiction, “a global crisis of masculinity”. The lives of the characters of Run and Hide illustrate liberalism’s many failures, where the elite are left baffled about the realities of ‘real’ India.
Speaking from the English countryside, which is “not so nice, and very cold, and very overcast,” Mishra discusses India’s “daring generation”, a separation from the past, and the various novels his book is in conversation with. Excerpts from an interview:

If one was to identify a single theme of the novel it would be the global crisis of masculinity, a topic that you’ve dealt with in your nonfiction too. What is responsible for this crisis?
You have to look at it differently when you’re writing nonfiction, and when you’re writing fiction. The point of fiction is to get away from generality and generalisation to exploring the inner life. The judgemental mode that you fall into when you’re doing nonfiction, and when you’re talking about a crisis and are trying to determine what has led to this particular crisis - that’s a very different mode of operating. Whereas what fiction does, is to present human beings and individuals in their most exposed forms, without any kind of support from ideology or ideas or notions, it shows them as they are. My intention behind this book is to get away from generalities and to explore what it means for men of a certain generation, who have come from very modest backgrounds and who suddenly gain these incredible windfalls of wealth and power. How do their souls deal with this enormous fortune? What happens to them? I wanted to explore how they then cope with their empowerment in the wider world?

Could you track your journey for us, from a novel to many years of nonfiction and now a novel again?
I started off actually as someone very much wanting to write novels. I published one novel that I’m still relatively happy with. And I was suddenly asked to do various long pieces of reportage. It allowed me to travel and it was quite enjoyable. It was also a way to make a living. And my own ability in it also grew. Before I knew it, 20 years had passed and I had only really written books of nonfiction, of reportage, of intellectual history, of travel and political history, and religious history. But all this time what I really wanted to do was to write fiction. Because I knew that the forms that I was working with - the essay or reportage or even the memoir, which is the most revealing, most autobiographical form of nonfiction - were not adequate. They were not somehow able to capture this very complex reality that I was talking about. So, at the end of every book, essay, or piece of long-form writing, I knew that there was a lot that had to be left out. Because that belongs to the realm of imagination, and also belongs to the realm of speculation. So, a whole lot of frustration really built up over the years and I did not cease wanting to go back to fiction. It was just a question of when exactly. Around 2018-2019, I felt ready to go back to it, I had a certain theme, some vaguely discerned characters that I could play with, and work them into my writing.

Which do you find more fulfilling?
Oh, definitely fiction. No question about it. I should also say challenging, and perhaps for that reason more fulfilling. Because with journalism, with any kind of nonfiction writing, you’re working with a set of facts that have been already arrived at, either arrived at by you or by someone else. So, you already have a head start. With fiction, you’re just staring at a blank page. You just don’t know where to begin. But at the same time, it also gives you this enormous freedom to break free of these very heavy facts, and you can enter the world of the imagination where you can do just about anything you want to. Obviously, you still are working within certain protocols. But at the same time, you do have a lot of freedom to imagine the inner lives of people. You have the freedom to imagine landscapes. You have the freedom to resurrect certain memories of yours, deploy them, utilise them differently in your fictional narrative. And those freedoms make fiction writing incredibly liberating and an exhilarating business.

This novel is about the transition in the lives of the main characters. Towards the end, Arun says that he has a simple fear which is of having “lost a world”. Given the rural to urban migration we see in India, is it possible to belong to two worlds? Does one necessarily have to lose one to become part of the other one? (...)
I do think that’s one of the more important lines in the book. They sum up an experience that many of us have had. Especially belonging to societies like India where development, progress, growth, all of that have come to mean uprooting yourself to a large extent, moving physically from one place to another, into different modes of living, and so our relationship with the past is much more fragile. For many of us in places like India and China and large parts of Asia and Africa, the movement is always away, and it’s irrevocable, it’s moving away from the past and often renouncing the past because renouncing the past is almost a guarantee of arriving at the future, the much-promised future of modernity, of fulfilment of modern life. Many of us suffer from this longing for a past that once existed and no longer does.

Building on that, the characters are seeking a “complete liberation from the life of their parents”. But having achieved that they are not any happier. By the end, Arun is in the throes of penance. Could we talk a bit about the risks of divorcing one’s parents?
That’s very sensitively put. There is this notion that we all - in some ways or some degree - subscribe to that you have to put the past behind you, and everything that belongs to the past, including friendships, relatives, parents. Because they don’t quite go with your aspirations to the modern, to the metropolitan. I saw this growing up around me, where so many people were actually deeply ashamed of their parents, of the way they spoke English, or sometimes even of the way they spoke Hindi. These men created a barrier between them and the generation of their parents. Because of this whole process - at least what we’ve been promised is progress - you are constantly betraying aspects of your personality, aspects of your past. And that makes you lonelier and lonelier, even without you realising it. I see this in a lot of people, for instance who moved to the West, who are physically very remote from where they grew up and the people that they grew up with. And although they’re living in splendid townhouses in Manhattan or in Los Angeles, there is something that is still gnawing away at them internally. It’s nevertheless there, the feeling that you’ve not been fair to the things you grew up with.

Pankaj Mishra

The novel mentions how those in Delhi drawing rooms speak about ‘rising India’, but how that “exaltation is delusion”. Is this divide just becoming more apparent with time?
Over the years - and this is something people like us in the media don’t talk about enough because we are very much complicit in this - is that a huge gap has opened up between the way in which people in the metropolis (and that includes people in the media obviously) conceive of themselves, conceive of their place in the world and the way ordinary people think of themselves in the world. So, the realities of smaller places, smaller cities, smaller towns, not to mention villages, they’ve become really obscure, they’ve become invisible because so much of public space was dominated by the concerns of people like you and I speaking in English, talking a language that is widely comprehended around the world, speaking not only between ourselves but speaking to foreign journalists, foreign reporters. And so, we all started to believe in this notion that India is rising and is doing well partly because we were also doing well. We were generalising from our own position, from the expanded opportunities we were all enjoying. But we’ve all seen - whether it’s in the UK, US or in India - that what is true for us, a minority in metropolitan areas, or indeed a minority in smaller cities is not true for a lot of people. And if you persist in these illusions that India is shining or India is rising, you’ll at some point be punished by people who don’t believe any of this, whose own experiences are not confirmed by your ideas and who will turn against you and they will often turn to some outsider who promises to come in and show the metropolitan elites their place. And take revenge for all the humiliations and insults they’ve heaped on people in rural areas or semi-rural or semi-urban areas.

Arun chooses to live in a Himalayan town called Ranipur. Which clearly seems inspired by Mashobra. A town you’ve lived in and written about. How central has Mashobra been to your imagination as an author?
Oh absolutely, central. To live in a village when India was embarking on this enormous experiment of economic liberalisation, my years exactly coincide with that. I moved there in ’91-92, so I was able to observe everything that was happening in the village. I knew all the people who were stakeholders there. And it’s really opened up a perspective that has proven to be extremely valuable in examining broader trends in India, and indeed the rest of the world. Everywhere we are now beginning to wake up to the fact that non-metropolitan areas, non-urban areas have become politically consequential because they were all for so long not taken into account by journalists, by economists. Wherever you look, whether it’s the United States or the United Kingdom, or Brexit, what you see is this fatal divide between the metropolitan areas and the relatively impoverished areas out in the countryside. I feel in retrospect so much of my writing was made possible by this close experience of another reality, which made me think that we cannot really buy into or subscribe to these wildly optimistic scenarios of India becoming a major economic power by 2020, and so on, and so forth. There were these other realities we had to take into accounts, and those were being systematically neglected by the media.

It is interesting how Aseem says, “Maybe the difference between Hindu crazies is not so great after all, because ambition and vanity have probably made us more alike than we think so”. Could you elaborate on that? On the need to dissolve differences. (...)
The acknowledgement for someone like him comes late in the book, but it is definitely something that we should all be taking into account. The fact remains that the pursuits, especially the amoral and reckless pursuit of wealth and fame and ambition, creates a kind of mentality, a kind of greedy, reckless, amoral mentality that whether it’s secular or Hindu nationalist or liberal or pro [Donald] Trump or Boris Johnson causes enormous damage to other people and to society at large. From the time Trump was elected, I was arguing that we should not see Trump as an aberration. This is a man very much a product of an era of a celebrity worship of fame, worship of wealth. (...) But how can we forget the complicity of the media that is now criticising him, in building him up? A lot of us who have put ourselves in positions of so-called ‘resistance’ to these figures, whether Trump in America, Johnson in the UK or [Narendra] Modi in India, we also have to examine ourselves to what extent we were complicit in creating a culture that rewards people like these.

You write of the train station Deoli at night. How important was Ruskin Bond’s The Night Train at Deoli to you?
This book is full of tributes to various writers, and careful readers will find them everywhere. Ruskin Bond, who I met very briefly once in Missouri, was someone I read as a child. And his evocations of railway journeys or railway stations stayed with me for a long time. So yes, Deoli is one way of paying tribute to him. There are others sprinkled throughout. A Bend in the River is a book that this novel is very explicitly in conversation with. But there are others too. There are references to Thomas Mann, there’s [Alexander] Pushkin somewhere in there. Part of the fun of writing this book was to also deploy my reading. It’s another way of showing that books are obviously drawn from life, but they’re also drawn from other books. No writer should deny that, no writer should claim that it’s all coming out of his own imagination. The fact is, we also are dependent on what we read. Those are the books that feed our imagination and expand it'. 

Aggiornamento del 29 agosto 2023: a partire da oggi, è in distribuzione nelle librerie Figli della nuova India, traduzione italiana di Run and Hide pubblicata da Guanda. Mishra parteciperà al Festivaletteratura 2023 di Mantova il prossimo 9 settembre; il 12 settembre sarà ospite della Casa delle Letterature di Roma.