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02 gennaio 2025

M. CATERINA MORTILLARO: KALI YUGA


Dal settembre 2024 è disponibile in formato digitale il romanzo Kali Yuga di M. Caterina Mortillaro, distribuito da Delos Digital. Nel sito ufficiale si legge: 'Giulia, editor per una prestigiosa casa editrice, scopre presso un antiquario di Milano un romanzo di fantascienza dei primi del Novecento, ambientato in India, intitolato "Kali Yuga". Tuttavia, se si tratta davvero di fantascienza, perché le vicende narrate nel libro iniziano a manifestarsi nella realtà? In che modo il destino di Giulia si lega inesorabilmente a quello di Florien, un avvocato franco-indiano specializzato in crimini informatici? E quale è il vero obiettivo dell'uomo celato dietro lo pseudonimo di Kalki? Due uomini e due donne si trovano a combattere contro il tempo per evitare la fine del mondo in un thriller fantascientifico con sfumature esoteriche. La storia si svolge tra Milano, India, Stati Uniti e Porto Rico, intrecciando diversi piani temporali fino a un finale ineluttabile'.


In passato M. Caterina Mortillaro aveva firmato altre opere ispirate dalla cultura indiana, sempre distribuite da Delos Digital: 
* Bollywood Babilonia (2018). Comunicato ufficiale: 'Una stella di Bollywood come Mahi Kapoor dovrebbe morire all’apice di un film drammatico. Non crepare, e crepare male, per davvero: sgozzata in un sordido appartamento di un quartiere malfamato e lasciata dissanguare, seminuda e in posa equivoca. Per il vice commissario Ashit e il suo superiore Khan, questo caso è una vera rogna. E non solo per la notorietà della vittima, che lo pone sotto i riflettori della cronaca nera da prima pagina, ma soprattutto per i pericolosi risvolti politici e sociali che può catalizzare. L’attrice è una delle protagoniste della discussa pellicola Babilonia, un kolossal biblico che, secondo indiscrezioni, offenderebbe l’induismo. Tutta la nazione è infatti già scossa da violenze innescate dalla controversa produzione bollywoodiana. Il regista del film è Arjun Kapoor, marito della vittima, da poco convertito al cristianesimo. Sono gli integralisti hindu gli autori dell’efferato omicidio? O si è trattato di un mero delitto passionale, legato alla vita sessuale piuttosto disinvolta della donna? O che altro? Quale sia la risposta, non sarà semplice. Né priva di sorprese'.


* Devaloka. Il pianeta degli dèi (2019). Comunicato ufficiale: 'Il mondo intero resta sconvolto quando un incidente coinvolge la nave colonica destinata a popolare Marte, e il fragile equilibrio planetario è messo ancora di più a dura prova quando si scopre che, per salvare la missione, è stato necessario lasciar andare alla deriva i moduli dell'astronave che ospitavano i coloni indiani. Ma il destino di quei coloni non era la morte. Qualcosa accade, e anni dopo cominciano a circolare strane voci sul comandante di quella missione. Che sarebbe tornato sulla Terra per portare il messaggio degli dèi. Per mostrare una nuova strada, una strada che porta in un luogo oltre ogni immaginazione'.

21 marzo 2022

TRA LE VOCI E I COLORI DI CALCUTTA L'INDIA CHE INCANTA L'ITALIA


[Archivio]

Nel 2012 Dacia Maraini partecipò alla 36esima edizione della Kolkata Book Fair (clicca qui). Riporto di seguito l'articolo Tra le voci e i colori di Calcutta l'India che incanta l'Italia, redatto dalla scrittrice e pubblicato il 15 febbraio 2012 dal Corriere della Sera.

'Calcutta. Febbraio. Fiera del libro, di cui quest'anno l'Italia è ospite d'onore. Gran folla - la gente legge poco ma ama molto girare per padiglioni carichi di libri, in mezzo alla calca, mangiando gelati industriali e scattando fotografie. A Calcutta come a Mantova o a Torino. Qui la folla è fatta soprattutto di giovanissimi. La fila davanti al padiglione italiano si allunga come un serpentone colorato per trecento metri dall'ingresso. Nessuno di loro probabilmente ha mai letto Baricco o Elisabetta Rasy, ma aspettano pazienti, curiosi, di entrare nel cortile dove si parla di letteratura e si beve un buon caffè Lavazza (che pare stia conquistando con i suoi ottimi prodotti il mercato indiano), portandosi dietro un cartoccio di croccanti ceci abbrustoliti e salati.
C'è stato Severgnini, in dialogo con Tishani Doshi, c'è stato Baricco in dialogo con Kunal Basu, Italo Spinelli con Mahasweta Devi, Maria Pace Ottieri ed Elisabetta Rasy con Supriya Chaudhuri, il giovane Pietro Grossi con Shenan Karunatilaka, Valerio Manfredi con una lectio magistralis. Io stessa ho dialogato a New Delhi con una coltissima e combattiva scrittrice indiana: Urvasha Butalia e a Calcutta con una dolce e intelligente Mandira Sen. Ci sono stati i musicisti Cesare Picco, Guido Modarelli e Ganesh Del Vescovo. La gente è accorsa, pigiandosi nel cortile del padiglione dove, fra nuvole di zanzare e i tagli verticali di potenti riflettori, ascoltavano silenziosi le parole degli scrittori. Per fortuna non ci sono state le lungaggini delle traduzioni. Tutto in inglese e direttamente, in dialogo anche col pubblico.

I grandi temi trattati? Quale il ruolo dello scrittore? L'impegno esiste ancora? E in che cosa consiste? Cosa guida il mercato dei libri? Si legge ancora in carta o dobbiamo trasferirci sui mezzi elettronici? Esiste una discriminazione di genere? Quale è da considerarsi la lingua madre in fenomeni di emigrazione? Come reagire di fronte alla censura che tappa la bocca o peggio aggredisce e minaccia uno scrittore vivente, come è successo a Salman Rushdie o a Taslima Nasrin, tutti e due in polemica con l'estremismo islamico e da questo minacciati di morte?

Le risposte sono state varie e contraddittorie. Per alcuni lo scrittore non deve avere obblighi sociali ma solo artistici. Il mondo non lo riguarda se non come cittadino. Il giudizio deve essere dato sullo stile e non sui temi trattati. Uno di questi critici è Jeet Thayil, uno scrittore indiano pungente e aggressivo, che ha attaccato, attraverso giornali e rete, la scrittrice bengalese Nasrin dicendo che il suo libro Shame (Vergogna) è talmente brutto che sicuramente non l'ha letto nemmeno lei. E l'ha accusata di farsi pubblicità con la politica. Ma è profondamente ingiusto perché la Nasrin, il cui libro è vitale e comunicativo, è stata minacciata di morte per avere «offeso la morale islamica» e avere criticato i principi che guidano la famiglia tradizionale, difendendo la libertà mentale e spirituale delle donne.

Altri invece, come me, hanno sostenuto il compito di «testimonianza» dello scrittore. Che certamente non deve ridursi a fare solo il polemista o il politico, ma deve raccontare la verità. Al testimone che ha assistito a un delitto cosa si chiede? Non una verità assoluta e celeste, ma la verità dei fatti e delle cose: come era vestito l'assassino, era alto o basso? Aveva barba o no? Era biondo o bruno? Verso dove si dirigeva, eccetera. Il testimone racconta i fatti nei particolari che la Storia spesso trascura e quei particolari sono il sale della letteratura.

Mentre ascolto il buffo e spesso difficile inglese del pubblico indiano, vengo assalita da una nuvola di zanzare. Mi difendo con gli spruzzi di Autan che la graziosa e attentissima moglie del console Melchiori mi presta. Ne porta sempre in borsa una boccetta mi dice, raccontandomi del pericolo della Deng, puntura di una zanzara che provoca emorragie interne difficili da guarire. Anche se «il momento più pericoloso è quello che precede i monsoni». Il console Joel Melchiori è giovane e appassionato al suo lavoro. Pieno di buona volontà percorre ogni giorno due ore di viaggio andata e ritorno dal centro per assistere all'incontro vivacissimo fra la fiabesca e contraddittoria letteratura indiana con quella meno fiabesca ma altrettanto contraddittoria letteratura italiana.

L'idea comunque è nata nella testa giovane e piena di iniziative dell'addetto culturale di New Delhi, Cesare Bieller, che, assieme con la direttrice dell'Istituto italiano di cultura, Angela Trezza, sotto l'assistenza generosa e sollecita dell'ambasciatore Giacomo Sanfelice, si dedica con accanimento alla diffusione della cultura italiana in India. Cosa non facile perché si tratta di un immenso mercato con una minoranza di alfabetizzati che praticano una lingua colta e internazionale come l'inglese. Per il momento siamo più noi a tradurre in italiano e pubblicare autori indiani che loro a pubblicare autori italiani tradotti in inglese.

Calcutta è una città disordinata e caotica. La cosa che più colpisce è la sua sonorità. Le strade sono invase da automobili schiamazzanti che corrono, si sfiorano, gli autisti si sporgono urlando e continuano a premere la mano sul clacson. Fra di loro si aggirano le motorette, anche loro strepitanti, con sopra anche tre, quattro persone, spesso bambini, pigiati fra la madre e il padre. Più inquietanti i risciò traballanti: una portantina di legno tenuta su da due lunghe aste, alle cui estremità sta un uomo magrissimo e seminudo, spesso anche scalzo. D'improvviso, quando meno te lo aspetti ecco apparire in mezzo a questo traffico aggrovigliato e confuso un enorme elefante che batte i piedi larghi sull'asfalto, tenuto a bada dalla frusta di un indianino seduto sulla sua groppa rugosa. La spazzatura si accumula agli angoli delle strade. Ogni tanto un pastore manda le sue pecore a rovistare fra i rifiuti. O vi trovi dei maiali tondi e neri che grufolano, con dei corvi rapaci che se ne stanno ritti e fieri sulla loro schiena.

Il rumore assordante che sale dalla città bassa si intreccia continuamente con il rumore fragoroso che proviene dall'alto, dal cielo. Sono i corvi, i veri padroni di Calcutta: protervi, ladri, sicuri di sé, volano basso posandosi a due centimetri dai tuoi piedi, senza paura di niente. Si chiamano fra di loro con allegria, chiacchierano, litigano, battibeccano comicamente, senza smettere mai. Dobbiamo ricordare che qui è proibito uccidere animali. Si racconta che gli impiegati di mattina vanno in ufficio con una gabbietta in mano. Appena qualche topo esce allo scoperto, lo attirano nella gabbia con un'esca, la chiudono e la portano fuori, dove, a qualche centinaio di metri, lasciano libero l'animaletto, che spesso ritorna cocciutamente alla sua tana e alla sua famigliola affamata.

Sui giornali appaiono grandi ritratti di politici. Fra poco ci saranno le elezioni regionali e molti puntano sul figlio di Sonia Gandhi, Rahul, un bel ragazzo dalle idee moderne. Alcuni criticano Sonia perché ha fatto di tutto per evitare che i figli si buttino in politica. Difficile darle torto visto che qui, nel Paese del pacifico Gandhi, i più popolari capi di governo sono stati uccisi da mani brutali, compreso lo stesso Gandhi, che pure era molto amato. Molti invece scommettono sulla figlia di Sonia, Priyanka, che assomiglia moltissimo alla nonna Indira e sembra che abbia lo stesso carisma. Per il momento si accontenta di portare avanti la campagna elettorale del fratello, ma in futuro, chissà! Alcuni pensano che potrebbe essere una seconda Indira. «Ha lo stesso piglio e la stessa intelligenza rapida e profonda», dicono di lei. E fisicamente appare più «indiana» del fratello.

Gli italiani in India sono tanti, sempre di più. Turisti e gente che fa affari. Un mercato così grande attira naturalmente. Anche se poi chi compra sono pochi, i ricchi. E questa forse è la più acuta debolezza di un grande Paese democratico come l'India. Un Paese che sta crescendo rapidamente, eppure non riesce a risolvere alcuni problemi elementari come la distribuzione equa delle risorse, non riesce ad assicurare alla maggioranza l'accesso ai beni primari: acqua, luce, cibo, circolazione. Gli autobus cascano a pezzi e sono scarsi, le strade sono una rovina, i treni sono quelli di un secolo fa, moltissimi sono i poveri senza tetto che dormono per le strade, mancano gli ospedali e le scuole.

Il turismo invece prospera. Si vedono molti europei e anche americani, con i pantaloni a bracaloni e la camiciola lunga fino alle ginocchia, i sandali alla fratina, che girano nomadi per il Paese. Pare che solo a Goa ci siano 20 mila italiani. Da cosa sono attratti questi viaggiatori in cerca di sogni? Cos'è che affascina tanto i nostri connazionali? Certamente il Buddha seminudo che appare inaspettato dagli altari improvvisati per la strada, con la sua compostezza, la sua saggezza, il suo distacco, il suo sorriso, è un motivo di richiamo. Venendo da una cultura che venera un Cristo colpito, ferito e inchiodato sulla croce, da una religione che esalta il dolore e il sacrificio, questo filosofo ardito che difendeva la venerazione degli dei ma poi li esautorava in nome di un pensiero profondo e distaccato, di una meditazione sorridente, ha qualche motivo di fascinazione. Eppure Buddha e Cristo hanno molto in comune: perfino qualcosa sulla loro nascita li rende somiglianti. Buddha, secondo il Buddhacarita, viene partorito da una giovane vergine che si chiama Maya o Mahamaya, rimasta incinta per la visita annunciata di un elefante, ha partorito senza dolore, da un fianco, un bambino considerato sacro. Appena adulto Buddha abbandona le sue ricchezze per rivolgersi ai poveri e agli esclusi, predica l'uguaglianza fra gli esseri umani, fuori dalle caste e dai privilegi, porge la mano agli ammalati e ai senza tetto, non badando alle divisione di casta e di censo, ma neanche a quelle di genere.

Da Buddha viene Gandhi, l'uomo che andava in giro per il mondo seminudo, privo di ogni bene («Non potrei esaltare la povertà da ricco»), l'uomo che ha dimostrato quante cose si possano cambiare senza tirare bombe, o usare il coltello, con la sola forza della resistenza passiva. L'uomo scalzo che ha predicato il rifiuto dell'odio e dell'avidità, che ha sempre condannato le differenze sociali cominciando dalle caste - oggi eliminate per legge ma ancora valide nel sentire comune - (ho imparato che le più intoccabili fra gli intoccabili sono proprio le donne e sapete che lavoro fanno? puliscono le latrine) l'uomo che ha predicato l'uguaglianza fra i sessi in un mondo profondamente sessista: «Si parla tanto della purezza delle donne. Ma cosa significa? Forse che le donne parlano della purezza dell'uomo?». La purezza non ha sesso e riguarda la generosità di pensiero e di cuore.
Gli italiani anche in letteratura si mostrano più curiosi, affascinati, incantati dall'India che gli indiani dall'Italia. Se pensiamo ai tanti libri che sono stati scritti, da Pasolini a Moravia, da Calasso a Sandra Petrignani, da Montanelli a Manganelli, non troviamo niente di simile dall'altra parte.

Calasso ha scritto sull'India Vedica una cosa giusta e poetica: «Si tratta di una civiltà dove l'invisibile prevale sul visibile». Moravia ha fatto un quadro politico e storico che risulta ancora attuale parlando della «povertà frenetica» che colpisce il viaggiatore occidentale, come colpisce l'urto con una religione politeista a fondo naturalistico. «La natura - scrive Moravia - non è trascesa dalla religione come in Europa, ma simbolizzata con il terrore della religione stessa, come lo era nei sacrari delle antiche religioni mediterranee». Pasolini si dilunga con pietas poetica sull'immenso «sottoproletariato agricolo» e su una borghesia che «esprime qualcosa di terribilmente incerto», suscitando un senso di pietà e di paura per la «sproporzione quasi disumana nei rapporti con la realtà in cui vive e in cui vivono le enormi masse che la circondano come un oceano». Giorgio Manganelli, in un libretto ripubblicato da Adelphi riflette, con uno stile pirotecnico e pieno di umorismo, su una India meravigliosa e mostruosa in cui si sprofonda come nel corpo di una «madre cenciosa». «Questo mondo non è accidentalmente sporco, lo è in modo essenziale, costante, pacato... Questo sporco non è il nostro, l'ombra di una civiltà che ha catturato le proprie deiezioni in gabbie immacolate, ma lo sporco originario, aurorale, quello sporco che noi abbiamo tradito, come abbiamo tradito tutt'intero il nostro corpo, col suo sudore, i suoi peli, i suoi genitali...». E, con piglio gaddiano parla di una «sgarbata felicità» che ci fa capire quanto siamo indegni di un mondo meravigliosamente invaso «dalla propria terrestrità». De Cataldo invece scrive del dolore, raccontando con umiltà di un suo viaggio famigliare. «Se hai un dolore da qualche parte nel tuo profondo, Varanasi te lo riporterà alla luce. Ma non desidererai fuggire. Non volterai la testa dall'altra parte. Ti sottometterai a Varanasi. E il tuo dolore ti saluterà forse per sempre e diverrà una parte di te verso la quale non provare più vergogna né rimozione». È questa la fascinazione della grande India?'.

28 agosto 2021

CONSERVAZIONE E RESTAURO DEI FILM INDIANI


Vi propongo integralmente l'articolo India has the world’s lowest survival rate of cinema. And this heritage needs attention, di C.S. Venkiteswaran, pubblicato oggi da The Hindu.

'Cinema might fire India’s imagination, but both imagination and passion fail when it comes to preserving the country’s rich cinematic legacy.
One of the most unorthodox directors to emerge during India’s parallel cinema movement in the 70s and 80s was G. Aravindan. With 18 films, seven national film awards, and a Padma Shri to his credit, he is rightly seen as a cinematic icon. Yet, appallingly, not one of the negatives of his films has survived. They are either lost or irreparably damaged. Finally, 30 years after his death, his film Kummatty (1979) has been restored and it premiered at the Cinema Ritrovato festival last month.
The restoration of Kummatty, hailed by Japan’s foremost film scholar and critic, Tadao Sato, as the most beautiful film he had ever seen, was done through an international collaboration, under the World Cinema Project initiated by Martin Scorsese’s The Film Foundation, the Film Heritage Foundation in India and the Cineteca di Bologna film archive in Italy.
In his book, The Death of Cinema, Paolo Cherchi-Usai refers to an article published in 1897 in which the life of a cinematograph frame is arithmetically worked out as ‘one-and-one-third seconds’. So, Usai says, it is the most ephemeral of things, whose life is even shorter than that of a firework, and he wonders whether film eventually exists only in the minds of its viewers. If so, physical preservation of film becomes secondary. Indian culture, with its penchant for concepts like maya and transience, seems to follow a similar attitude to cinema.
This is in spite of the fact that cinema, its images and sounds, stars, singers and stories inundate our everyday life and imagination. But when it comes to its preservation or archiving, attention and care are strikingly lacking. The National Film Archives of India (NFAI) was established in 1964 - a decade and a half after Independence - and whatever we have today in terms of the rich and varied legacy of the celluloid era of Indian cinema owes greatly to P.K. Nair, who headed the institution in its first decades (1965-1991). In his tenure, he collected over 12,000 films, of which 8,000 were Indian. Interestingly, Nair retired from the Archives when television was beginning to swamp the media scene and much before digital technologies changed the rules of the game.
The new technologies made preservation and storage of visual image easier and faster, and with significantly less spatial and infrastructural facilities. But has this actually given a boost to the quantum, quality and pace of film preservation, archiving and restoration in India?
According to Prakash Magdum, director of NFAI, “During the silent era, some 1,350 films were made in India, and only 30 survive now, and that too not in their complete form. It is to be noted that there is no legal deposit system in India that mandates the producer to keep one copy of the film at NFAI. Efforts are on to amend the Cinematograph Act, 1952, to bring in this provision, so that we can preserve the films cleared by the Central Board of Film Certification. NFAI currently has more than two lakh reels in its collection and we have managed to source more than 5,000 films in the last five years alone.”
Film historian and theorist Ashish Rajadhyaksha estimates the pure celluloid survivals at 8-10% of the films made. This is by far the lowest survival rate of cinema in the world, when compared to countries and industries of similar magnitude such as China (31%) and Argentina (30%). In other words, for governments, cinema has always only meant mass entertainment, one that needs to be curbed through censorship and leached through taxes.

South story

According to Theodore Baskaran, film scholar and historian of Tamil cinema, “Neither the government nor trade outfits took any initiative till the 1960s to preserve films. According to the Registration of Books Act of 1867, all published books have to be preserved in one of the national libraries. There was no such provision for films. It was only after half a century of filmmaking in India that the need to preserve films was felt.” Despite being a young art and of the print era, even written material on cinema is sparse. “If you look at the Tamil magazines of the 1920s and 1930s, you will hardly see any reference to cinema. They did not take any notice of the birth of a cultural colossus in their midst.”
Baskaran observes that, even from the first decade of Tamil talkies (1931-1941), when more than 240 films were made, only about 15 have survived. Interestingly, Marthanda Varma, made in 1931 (produced by Sunder Raj and directed by P.V. Rao), survived not due to any archival effort but for a legal imbroglio: after its initial screening, the film was confiscated following a copyright case filed by the publisher of the book on which the film was based. Decades later, in 1974, the film was salvaged from a book depot in Thiruvananthapuram; but only 7,915 out of the 11,905 feet of the film managed to survive.
This is how Shivendra Singh Dungarpur, who set up Film Heritage Foundation in 2014, traces the troubling statistics of our celluloid legacy: “Of the 1,338 silent films made in India, just 29 survive, many in fragments, some as short as 149 feet. Of the 124 films and 38 documentaries produced by the film industry in Chennai, only one film survives - Marthanda Varma (1931). By 1950, we had lost 70-80% of our films. This is excluding the numerous missing short films, animation films, television programmes, advertising commercials, home movies, etc., often forgotten in the shadow of the silver screen, but as important, and the fabric of our visual history.”
“There is something very wrong with the way we are taught to dismiss the art of seeing as something ephemeral and negligible,” said Martin Scorsese. But apart from the general apathy towards cinema as a vulgar mass art, unworthy of serious attention leave alone preservation and archiving, several other factors have contributed to the sad state of affairs. The sheer diversity, quantum and locations of production scattered across the country have proved to be a major hurdle.

On the scrap heap

The nature of the film stock itself was film’s worst enemy: its nitrate content was prone to rapid deterioration in tropical climates, and most film reels were scrapped and destroyed to salvage the silver content. After films completed their run in the theatres, they were forgotten and left to decay, or found their way to the scrap market. Many nitrate films were destroyed by fires at vaults, studios or even during projection. Even the more stable and non-inflammable cellulose acetate ‘safety films’ that came later are prone to decay if not stored in humidity- and temperature-controlled conditions.
While conscious, committed, institutional efforts to preserve films were slow to evolve, technological shifts helped to salvage them to a great extent. The advent of video technologies popularised the circulation of films through VHS cassettes, thus extending their lives. The advent of television spurred a new demand for old movies and, in turn, their transfer to video formats. The digital revolution that followed offered cheaper and easier storage formats like VCD and DVDs. Finally, the emergence of Internet platforms and sharing modes such as YouTube and torrents endlessly replicated whatever was left of films and made them available in the public domain. But the flip side of this quantum leap was the loss of quality and care for fidelity, leading to low-resolution reproductions and truncated versions.
According to Scorsese, the terms ‘preservation’ and ‘restoration’ are being indiscriminately appropriated by marketing experts “who know nothing about preservation itself but are aware of the economic potential of its public appeal. Many of the films made available today through electronic media are misleadingly hailed as ‘restored’, while nothing really has been done to enhance their chances to be brought to posterity.”

How to choose

Added to this is the problem of choosing which films to preserve. When there is a trade-off between the number of films and resources at hand, issues such as prioritisation, its criteria, agency, and timeline emerge. Even though FIAF’s (International Federation of Film Archives) 70th Anniversary Film Manifesto pleads, ‘Don’t Throw Away Film’ and considers every scrap of film as a visual document to be preserved for posterity, one can’t expect state institutions to be fired by such passion or inclusivity.
When priorities for preservation and restoration are set - like age, awards, critical acclaim, historical importance, and material condition - films that do not ‘qualify’ fall outside the scanner. In the process, works that were ‘ahead of their time’ may lose their only chance of survival. Political dispositions and biases of the state can also lead to ‘selective preservation’, which could relegate oppositional voices to oblivion. The essential precondition for proper restoration is the availability of the film material - good quality negatives or prints that are kept in temperature-controlled environments. Considering the number of films made in India, the facilities available are minuscule. As old technologies fade out, the basic production processes also disappear - for instance, the facilities for photochemical processes have become non-existent now. Added to this is the indifference of even the established production houses and banners towards preservation.
Even more tragic is the case of independent and experimental filmmakers. Most of their works were made on shoestring budgets raised through informal and personal sources of finance; they seldom had any established producer/ production house or even a permanent office address to follow up on the negatives kept in laboratories. Whenever there is pressure on storage space, or a shift in technology, the negatives and prints of these ‘orphaned’ films are the first casualty. As a result, the negatives of films of even the most eminent filmmakers in the country are not available for restoration.

New initiatives

One major initiative in the recent past is the establishment of the National Film Heritage Mission under NFAI that seeks to preserve, digitise and restore India’s cinematic heritage. The Mission has ambitious plans to conserve around 1,50,000 reels of film, digitise around 3,500 films and sound tracks, and restore around 2,000 landmark films. But the stupendous, costly and complex task of preserving India’s film heritage calls for more financial and technological resources, public-private partnerships, and curatorial synergies. It also requires coordinated and sustained involvement on the part of the film industry, film historians, curators and professional organisations in the field, and for international partnerships to bring in state-of-the-art know-how.
In recent decades, there have been a couple of significant initiatives in the non-state sector. One sterling instance is the independent digital repository Indiancine.ma that blends archival passion, historical perspective, and academic vision to create a very rich digital collection of Indian films. The other is Dungarpur’s Foundation. After Kummatty, the plan is to restore another Aravindan classic, Thampu, as well as Satyajit Ray’s Aranyer Din Ratri and Shyam Benegal’s Mandi.
But much more needs to be done. And it is a colossal task in a vast, vibrant and active film culture, where around 2,000 films are produced every year in as many as 45 languages. The diversity in centres of production, trade practices, platforms of exhibition, and modes of reception make the picture even more complex.
It is already too late, and if we don’t act right away, the most vibrant celluloid heritage in the world, and more importantly, one of the richest visual archives of our life, land and culture, will disappear forever'.

30 dicembre 2009

INDIASCAPES - IMAGES AND WORDS FROM GLOBALIZED INDIA


Il nuovo numero della rivista on line dell'istituto di anglistica dell'università L'Orientale di Napoli è interamente dedicato all'India: Indiascapes - Images and words from globalized India. Per quanto concerne il cinema, segnalo:
- Love and punishment. How passion is meted out in Bollywood, nel quale il professor Alessandro Monti, capo del dipartimento di orientalistica dell'università di Torino, analizza pellicole celebri fra cui Devdas, Dilwale Dulhania Le Jayenge, Kabhi Alvida Naa Kehna, Mother India, Vivah, Fire, Provoked, Shakti - The power, Namastey London;
- Enduring identities in diasporic cinema, in cui viene analizzato Provoked.
La rivista include anche la recensione di Schermi indiani, linguaggi planetari, saggio di Lidia Curti e Susanna Poole, pubblicato nel 2008 da Aracne Editrice.

(Grazie a Jane per la segnalazione)